ZYGMUNT BAUMAN.

LA RICCHEZZA DI POCHI AVVANTAGGIA TUTTI: FALSO!

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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice.
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Introduzione.
Qual  davvero la misura della disuguaglianza oggi?
Perch ci opponiamo alla disuguaglianza?
Alcune grandi bugie su cui galleggia la bugia pi grande.
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1. La crescita economica.
2. Il consumo crescente.
3. La naturalit della disuguaglianza sociale.
4. La rivalit come chiave per la giustizia.
Note.
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Fine Indice.
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Cos a chi ha sar dato e sar nell'abbondanza, e a chi non ha sar tolto anche quello che ha.
Matteo 13, 12.
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Ovunque c' grande propriet, c' grande disuguaglianza.
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Per ogni molto ricco, ci devono essere almeno cento poveri...
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La disposizione ad ammirare, e quasi a venerare, il ricco e il potente, e a disprezzare o almeno a trascurare persone di condizione bassa e mediocre,  la grande e la pi universale causa della corruzione dei nostri sentimenti morali.
Adam Smith.
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. non bandite da voi la ragione
in nome della disuguaglianza,
ma adoperatela per far emergere
la verit da dove sta celata,
e mandare a nascondervi il mendacio
che vuol sembrare vero.
William Shakespeare Misura per misura, atto quinto, scena 1.
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Introduzione.
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Uno studio recente dell'Istituto mondiale per la ricerca sull'economia dello sviluppo (World
Institute for Development Economics Research) dell'Universit delle Nazioni Unite riferisce che nel
2000 l'1 per cento delle persone adulte pi ricche possedeva da solo il 40 per cento delle risorse
globali, e che il 10 per cento pi ricco deteneva l'85 per cento della ricchezza mondiale totale.
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La met inferiore della popolazione adulta del mondo possedeva l'1 per cento della ricchezza globale [01].
Ma questa  solo l'istantanea di un processo in corso... Notizie sempre pi negative e sempre peggiori per
l'uguaglianza degli esseri umani, e quindi anche per la qualit della vita di tutti noi, si susseguono di
giorno in giorno.
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Le disuguaglianze planetarie attuali avrebbero fatto arrossire di vergogna gli inventori del
progetto moderno, Bacone, Descartes o Hegel:  la considerazione con cui Michel Rocard, Dominique
Bourg e Floran Augagner concludono l'articolo Le genre humain menac pubblicato a firma di tutti e
tre in Le Monde del 2 aprile 2011. Nell'epoca dei Lumi in nessun luogo della terra il livello di vita
era di pi di due volte superiore a quello della regione pi povera. Oggi, il paese pi ricco, il Qatar,
vanta un reddito pro capite di ben 428 volte pi alto del paese pi povero, lo Zimbabwe. E questi, non
dimentichiamolo, sono confronti fra medie, che ricadono quindi nella storiella del pollo di Trilussa...
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L'ostinata persistenza della povert su un pianeta alle prese col fondamentalismo della crescita
economica  gi abbastanza per indurre le persone pensanti a fermarsi un momento e a riflettere sulle
vittime dirette e indirette di una cos ineguale distribuzione della ricchezza. L'abisso sempre pi
profondo che separa i poveri e privi di prospettiva dai benestanti ottimistici, fiduciosi e chiassosi  un
abisso di profondit tale che gi  al di sopra delle capacit di scalata di chiunque salvo gli
arrampicatori pi muscolosi e meno scrupolosi   una ragione evidente per essere gravemente
preoccupati.
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Come gli autori dell'articolo appena citato ammoniscono, la principale vittima della
disuguaglianza che si approfondisce sar la democrazia, in quanto i mezzi di sopravvivenza e di vita
dignitosa, sempre pi scarsi, ricercati e inaccessibili, diventano oggetto di una rivalit brutale e forse di
guerra fra i privilegiati e i bisognosi lasciati senza aiuto.
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Una delle fondamentali giustificazioni morali addotte a favore dell'economia di libero mercato,
e cio che il perseguimento del profitto individuale fornisce anche il meccanismo migliore per il
perseguimento del bene comune, risulta indebolita. Nei due decenni che hanno preceduto l'accendersi
dell'ultima crisi finanziaria, nella grande maggioranza dei paesi dell'OCSE [02] il reddito interno reale
per il 10 per cento delle persone al vertice della piramide sociale  aumentato con una velocit del 10
per cento superiore rispetto a quello dei pi poveri.
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In alcuni paesi, il reddito reale della fascia al fondo della piramide  in realt diminuito.
Le disparit di reddito si sono quindi notevolmente ampliate.
Negli Stati Uniti, il reddito medio del 10 per cento al vertice  attualmente 14 volte quello del 10 per
cento al fondo, si vede costretto ad ammettere Jeremy Warner, caporedattore di The Daily
Telegraph, uno dei quotidiani pi entusiasti nell'esaltare la mano invisibile dei mercati che sarebbe
capace, agli occhi tanto dei redattori quanto dei lettori, di risolvere tutti i problemi da essi creati (e
magari qualcuno in pi). Warner aggiunge: La crescente disuguaglianza del reddito, bench
ovviamente indesiderabile dal punto di vista sociale, non ha necessariamente grande rilevanza se tutti
diventano contemporaneamente pi ricchi. Ma se la maggior parte dei vantaggi del progresso
economico vanno a un numero relativamente ristretto di persone che guadagnano gi un reddito elevato
 che  quanto sta accadendo nella realt di oggi  si avvia evidentemente a diventare un problema [03].
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L'ammissione, cauta e tiepida nel suo tenore ma piena di comprensione anche se solo semivera
nel suo contenuto, arriva al culmine di una marea montante di scoperte dei ricercatori e di statistiche
ufficiali che documentano la distanza rapidamente crescente fra quelli che sono in cima e quelli che
sono in fondo alla scala sociale. In stridente contraddizione con le dichiarazioni dei politici, che
pretendono di essere riciclate come credenza popolare non pi soggetta a riflessione n controllata n
messa in discussione, la ricchezza accumulata al vertice della societ ha mancato clamorosamente di
filtrare verso il basso cos da rendere un po' pi ricchi tutti quanti noi o farci sentire pi sicuri, pi
ottimisti circa il futuro nostro e dei nostri figli, o pi felici...
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Nella storia umana la disuguaglianza, con tutta la sua fin troppo evidente tendenza ad
autoriprodursi in maniera sempre pi estesa e accelerata, non  certo una notizia (come attesta la
citazione dal Vangelo di Matteo messa in epigrafe). E tuttavia a riportare di recente l'eterna questione
della disuguaglianza, delle sue cause e delle sue conseguenze, al centro dell'attenzione pubblica,
rendendola argomento di accesi dibattiti, sono stati fenomeni del tutto nuovi, spettacolari, sconvolgenti
e illuminanti.
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Qual  davvero la misura della disuguaglianza oggi?
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Partiamo da alcune cifre che illustrano l'entit di questi fenomeni.
La prima elementare constatazione  la scoperta, o meglio il riconoscimento un po' tardivo, che
la grande linea divisoria oggi nella societ americana, in quella britannica e in un numero crescente
di altre, non passa tanto fra una fascia alta, una fascia media e una fascia bassa, quanto fra un esile
gruppo al vertice estremo e praticamente tutti gli altri [01].
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Per esempio, il numero dei miliardari negli Stati Uniti si  moltiplicato di quaranta volte negli ultimi 25 anni fino al 2007, mentre la ricchezza
aggregata dei 400 americani pi ricchi  salita da 169 miliardi di dollari a 1500 miliardi di dollari.
Dopo il 2007, durante gli anni del crollo del credito con conseguente depressione economica e
crescente disoccupazione, la tendenza ha acquisito un ritmo decisamente esponenziale: anzich
abbattersi su tutti in uguale misura come molti si aspettavano e proclamavano, la frusta si  dimostrata
severamente e tenacemente selettiva nella distribuzione dei suoi colpi: il numero dei miliardari degli
Stati Uniti ha raggiunto nel 2011 il suo record storico fino a oggi di 1210, mentre la loro ricchezza
combinata  cresciuta da 3500 miliardi di dollari nel 2007 a 4500 miliardi di dollari nel 2010.
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Nel 1990 c'era bisogno di una fortuna di 50 milioni di sterline per entrare nella lista dei 200 pi ricchi
residenti della Gran Bretagna compilata annualmente dal Sunday Times'. Nel 2008, quella cifra era
schizzata a 430 milioni di sterline, un aumento di quasi nove volte [02].
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Complessivamente, il patrimonio combinato delle 100 persone pi ricche del mondo  quasi due volte quello dei 2,5 miliardi
di persone pi povere. Secondo il gi citato Istituto mondiale per l'economia dello sviluppo con sede a
Helsinki, le persone che costituiscono l'1 per cento della popolazione mondiale pi ricco sono ora quasi
2000 volte pi ricche del 50 per cento della popolazione che si trova in basso[03].
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Danilo Zolo, che ha di recente confrontato le stime disponibili sulla disuguaglianza globale, concludeva che bastano pochi
dati statistici per confermare drammaticamente il tramonto dell'et dei diritti' nell'ra della
globalizzazione. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro ha calcolato che tre miliardi di persone
oggi vivono sotto il livello della povert, fissato in due dollari di reddito al giorno [04].
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Nella prefazione allo Human Development Report delle Nazioni Unite del 1998, John Galbraith
documentava che il 20 per cento della popolazione mondiale si accaparrava l'86 per cento di tutti i beni
e i servizi prodotti nel mondo, mentre il 20 per cento pi povero ne consumava solo l'1,3 per cento.
Oggi, a quasi quindici anni di distanza, queste cifre sono andate, purtroppo, di male in peggio: il 20 per
cento pi ricco della popolazione consuma il 90 per cento dei beni prodotti, mentre il 20 per cento pi
povero consuma l'1 per cento. Si stima inoltre che il 40 per cento della ricchezza mondiale  posseduto
dall'1 per cento della popolazione totale del mondo, mentre le 20 persone pi ricche del mondo hanno
risorse pari a quelle del miliardo di persone pi povere.
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Intervistato da Monique Atlan e Roger-Pol Droit [05], l'economista e scrittore vincitore del
Premio Goncourt, Erik Orsenna, sintetizzava il messaggio che queste e altre cifre trasmettono. E
ribadiva che le recenti trasformazioni portano vantaggi solo a una minoranza piccolissima della
popolazione mondiale; la sua scala autentica ci sfuggirebbe se limitassimo la nostra analisi, com'era
consuetudine fare fino a qualche decennio fa, ai guadagni medi del 10 per cento delle persone al
vertice. Per comprendere il meccanismo della mutazione attualmente in corso (come distinta da una
semplice fase di un ciclo), bisogna concentrarsi sull'1 per cento del vertice, forse addirittura lo 0,1
per cento  altrimenti si perde il vero impatto del cambiamento, che consiste nel declino delle classi
medie al rango di precariato.
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Questa indicazione  confermata da tutti gli studi, sia relativi al paese dello stesso ricercatore sia
provenienti da ogni altra parte del mondo. Inoltre, tutti gli studi concordano comunque su un altro
punto: in quasi tutto il mondo la disuguaglianza sta aumentando rapidamente, e ci significa che i
ricchi, e soprattutto i molto ricchi, diventano pi ricchi, mentre i poveri, e soprattutto i molto poveri,
diventano pi poveri  in termini relativi, certo, ma in numero sempre maggiore di casi anche in
termini assoluti. Ancora: i ricchi diventano pi ricchi proprio perch ricchi. I poveri diventano pi
poveri proprio perch poveri. Al giorno d'oggi la disuguaglianza si approfondisce per la sua logica
interna e in virt del suo stesso impeto. Non ha bisogno di altri aiuti o spinte da fuori: niente stimoli,
pressioni, colpi esterni. Oggi la disuguaglianza sociale sembra sempre pi vicina a diventare il primo
caso di moto perpetuo nella storia che gli uomini siano riusciti finalmente a inventare e realizzare dopo
gli infiniti tentativi andati a vuoto. Questo  il secondo fenomeno che ci obbliga a riflettere sulla
disuguaglianza sociale da una nuova prospettiva.
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Gi nel 1979 l'indagine della Carnegie Commission [06] dimostrava vividamente quello che
una enorme quantit di prove disponibili all'epoca suggeriva e la comune esperienza di vita continuava
a confermare ogni giorno: che il futuro di ogni bambino  largamente determinato dal suo contesto
sociale, dal luogo geografico di nascita e dalla posizione occupata dai genitori nella societ di nascita 
e non dal proprio cervello, talento, sforzo, dedizione.
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Il figlio di un avvocato di una grande societ aveva 27 volte pi possibilit del figlio di un impiegato stagionale di basso livello (compagni di banco
nella stessa classe, con risultati ugualmente buoni, che studiavano con lo stesso impegno e vantavano lo
stesso quoziente d'intelligenza) di percepire, all'et di quarant'anni, un salario che lo avrebbe inserito
nel 10 per cento di vertice delle persone pi ricche del paese; il suo compagno di classe aveva solo una
possibilit su otto di guadagnare a malapena un reddito medio.
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Meno di tre decenni pi tardi, nel 2007, le cose erano ulteriormente peggiorate: il divario si era allargato e approfondito, diventando meno
superabile di quanto non fosse mai stato prima. Uno studio del Congressional Office Bureau aveva
trovato che la ricchezza dell'1 per cento pi ricco degli americani assommava a 16.800 miliardi,
duemila miliardi pi della ricchezza combinata del 90 per cento della popolazione raccolto nel livello
basso. Secondo il Center of American Progress, durante quei tre decenni il reddito medio del 50 per
cento degli americani raccolti nel livello basso  aumentato del 6 per cento, laddove il reddito dell'1 per
cento al vertice  aumentato del 229 per cento.
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Nel 1960, la retribuzione netta media dei direttori generali delle pi grandi aziende degli Stati
Uniti era pari a 12 volte lo stipendio medio dei lavoratori della fabbrica. Nel 1974, il compenso dei Ceo
fra stipendi ed emolumenti vari era salito a circa 35 volte quello del lavoratore medio della rispettiva
azienda. Nel 1980 un Ceo medio prendeva 42 volte pi di un impiegato medio, con il raddoppio dieci
anni dopo a 84 volte. Ma in quel momento, intorno al 1990, part una iper-accelerazione della
disuguaglianza: alla met degli anni Novanta, secondo Business Week, lo scarto era arrivato a 135
volte; nel 1999 era di 400 volte e nel 2000 fece un altro balzo fino a 531 volte. E questi sono solo
alcuni in un numero rapidamente crescente di analoghi fatti della realt e di cifre che cercano di
coglierli, quantificarli, misurarli... Potremmo continuare all'infinito a snocciolare dati: non siamo a
corto di nuove cifre che ogni nuova ricerca aggiunge alla gran massa gi accumulata.
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Ma quali sono le realt sociali che queste cifre riflettono?
Joseph Stiglitz riassume cos ci che ci ha rivelato la drammatica conclusione di quelli che sono
stati forse i due o tre decenni di fila pi prosperi nella storia del capitalismo, quelli che hanno preceduto
il crollo del credito del 2007 e la conseguente depressione: la disuguaglianza  stata sempre giustificata
con l'argomentazione che le persone in cima alla scala davano un maggiore contributo all'economia,
svolgendo il ruolo di creatori di posti di lavoro, ma poi sono arrivati il 2008 e il 2009 e abbiamo
visto questi individui portare l'economia sull'orlo del precipizio trafugando centinaia di milioni di dollari.
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E questo non poteva essere giustificato come un loro contributo alla societ, dal momento che
ci in cui hanno contribuito non  stata la creazione di nuovi posti di lavoro, ma l'allungamento delle
file di lavoratori in esubero (come vengono ora chiamati i senza lavoro, non senza ragione). Nel suo
ultimo libro The Price of Inequality [07], Stiglitz conclude che gli Stati Uniti stanno diventando un
paese in cui i ricchi vivono in comunit recintate, mandano i figli in scuole costose e hanno accesso a
cure mediche di prima classe. Gli altri, intanto, vivono in un mondo segnato dall'insicurezza, ricevono
al meglio una mediocre educazione e per la salute hanno di fatto cure razionate.  la rappresentazione
di due mondi, con scarse interfacce o punti di contatto fra di loro, se mai ce ne sono, e che praticamente
non comunicano pi.
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Nella sua acuta e brillante vivisezione dello stato presente della disuguaglianza, Daniel Dorling,
professore di Geografia Umana alla Sheffield University [08], rimpolpa la scheletrica sintesi di Stiglitz,
e allo stesso tempo solleva la prospettiva da un singolo paese al livello planetario:
Il decimo pi povero della popolazione del mondo  regolarmente affamato. Il decimo pi ricco
non ricorda un periodo di fame nella storia della sua famiglia. Il decimo pi povero solo raramente pu
assicurare l'educazione pi elementare ai propri figli; il decimo pi ricco  interessato a pagare tasse
scolastiche pesanti pur di garantirsi che i propri figli non abbiano a che fare che con i cosiddetti loro
pari e migliori, perch sono arrivati ad aver paura che i propri figli si mescolino con altri bambini.
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Il decimo pi povero quasi sempre vive in luoghi in cui non esiste sicurezza sociale, non ci sono
indennit di disoccupazione. Il decimo pi ricco non pu nemmeno immaginarsi di dover mai cercare
di vivere di quei sussidi. Il decimo pi povero pu solo contare su un lavoro a giornata in citt o, se si
tratta di contadini, nelle aree rurali; il decimo pi ricco non pu immaginare di sopravvivere con un
salario anzich con i proventi degli interessi che la propria ricchezza genera.
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E conclude [09]: Poich le persone si polarizzano geograficamente, cominciano a sapere
sempre meno le une delle altre e a immaginare sempre di pi. E nel suo pi recente intervento
intitolato Inequality: the real cause of our economic woes [10], Stewart Lansley si trova perfettamente
d'accordo con le sentenze di Stiglitz e Dorling secondo cui il dogma caldeggiato dal potere, che
attribuisce ai ricchi il merito di rendere un servizio alla societ diventando pi ricchi, non  altro che la
miscela di una consapevole menzogna e di una intenzionale cecit morale:
Secondo l'ortodossia economica, un'energica dose di disuguaglianza rende pi efficienti e pi
veloci le economie in crescita. Ci perch  si afferma  premi pi alti e tasse pi basse al vertice
stimolano l'imprenditorialit e mettono a disposizione una pi grande torta economica.
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 cos che ha funzionato il trentennale esperimento di incrementare la disuguaglianza? I dati
fanno pensare di no. Il versante della ricchezza  schizzato verso l'alto, ma senza produrre il promesso
progresso economico. Dal 1980, il tasso di crescita e produttivit nel Regno Unito  sceso di un terzo e
la disoccupazione  aumentata di cinque volte rispetto alla pi egualitaria epoca postbellica. Le tre
recessioni successive al 1980 sono state pi profonde e pi lunghe di quelle degli anni Cinquanta e
Sessanta, e sono culminate nella crisi degli ultimi quattro anni. Il principale risultato dell'esperimento
post-1980  stata un'economia pi polarizzata e pi incline alle crisi.
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Dopo aver osservato che il calo dei salari sottrae domanda alle economie cos pesantemente
dipendenti dalle spese dei consumatori mentre di fatto le societ dei consumi stanno perdendo la
capacit di consumare, e che la concentrazione dei profitti della crescita nelle mani di una piccola
lite finanziaria globale porta a bolle patrimoniali, Lansley arriva alla inevitabile conclusione: dure
realt di disuguaglianza sociale sono dannose per tutti o quasi tutti i membri della societ.
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E suggerisce una frase che si dovrebbe far seguire sempre, anche se finora non  stato fatto, a un simile
verdetto: La lezione centrale degli ultimi trent'anni  che un modello economico che permette ai
membri pi ricchi della societ di accumulare una porzione sempre pi grande della torta alla fine si
autodistrugger.  una lezione, a quanto pare, che deve ancora essere appresa.
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E invece abbiamo bisogno di impararla questa lezione, dobbiamo assolutamente impararla
prima che arriviamo al punto di non ritorno: il momento in cui il modello economico attuale, dopo
aver lanciato tutti gli avvertimenti sulla catastrofe imminente senza riuscire a catturare la nostra
attenzione e spingerci ad agire, liberer il suo potenziale autodistruttivo. Richard Wilkinson e Kate
Pickett, essi stessi autori dell'illuminante studio The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost
Always Do Better [11], nella loro Prefazione al libro di Dorling sottolineano che l'idea che sia giusto
pagare ai ricchi enormi stipendi e bonus a compenso dei loro rari talenti perch in questo modo si
avvantaggia il resto della societ  una bugia bell'e buona. Una bugia che possiamo berci
tranquillamente solo a nostro rischio e pericolo  e, in ultima analisi, al costo della nostra
autodistruzione...
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Dunque, riassumendo:  vero quello che tanti di noi credono, e che tutti siamo sollecitati e spinti
brutalmente a credere, e che ci sentiamo fin troppo spesso tentati e ben disposti ad accettare? In poche
parole,  vero che la ricchezza di pochi avvantaggia tutti?  vero, in particolare, che ogni tentativo di
intromettersi nella naturale disuguaglianza degli uomini  dannoso per la salute e il vigore della societ,
nonch per le sue forze creative e produttive che ogni e singolo membro umano della societ ha il
sacrosanto interesse a esaltare e mantenere al pi alto livello concepibile? Ed  vero che la diversit
delle posizioni sociali, delle capacit, dei titoli e premi riflette le differenze delle doti naturali e del
contributo che i suoi membri danno al benessere della societ?
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Le pagine che seguono cercheranno di mostrare perch le credenze sopra ricordate e altre
analoghe ad esse sono bugie, e perch hanno scarsa o nessuna possibilit di trasformarsi mai in verit e
di mantenere la loro (gi ambigua) promessa. Cercheranno anche di scoprire perch, nonostante la
sempre pi evidente falsit delle credenze, continuiamo a sorvolare sull'ambiguit della loro promessa
e non vediamo l'assoluta improbabilit che essa si realizzi.
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Perch ci opponiamo alla disuguaglianza?
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Nel gi citato studio sulla disuguaglianza, le sue manifestazioni e le sue cause, Daniel Dorling
sottolinea enfaticamente che se nei paesi ricchi la disuguaglianza sociale persiste cos tenacemente 
per la ben radicata credenza nei dogmi dell'ingiustizia, e pu essere uno choc per la gente scoprire a
un certo punto che forse c' qualcosa di sbagliato in tanta parte del tessuto ideologico della societ in
cui viviamo [01]. Questi dogmi dell'ingiustizia sono le premesse tacite (implicite) che sostengono e
pretendono di dare senso alle convinzioni apertamente proclamate (esplicite), ma su cui difficilmente
si riflette e che difficilmente vengono sottoposte a verifica; si tratta sempre di credenze date per
scontate, ma raramente articolate, con cui pensiamo ma di cui non ci rendiamo conto quando ci
formiamo opinioni che non hanno altre gambe, di carne e ossa, su cui reggersi.
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Prendiamo per esempio, come fa Dorling, il pronunciamento di Margaret Thatcher nel 1970
durante una sua visita negli Stati Uniti; la Lady di Ferro, nota per saper sfruttare politicamente i
pregiudizi popolari, che aveva la capacit unica di captare e accogliere con prontezza senza riserve,
dichiar: Una delle ragioni per cui apprezziamo gli individui non  perch sono tutti uguali, ma perch
sono differenti... Io direi: facciamo crescere alti i nostri figli e magari un po' pi alti degli altri se hanno
in s la capacit di farlo. Perch noi dobbiamo costruire una societ in cui ogni cittadino possa
sviluppare il suo pieno potenziale, a suo vantaggio e a vantaggio della comunit nel suo insieme.
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Notiamo che la premessa cruciale che fa apparire l'affermazione della Thatcher quasi lapalissiana 
l'idea che la comunit nel suo insieme  servita in modo conveniente da ogni cittadino che serve il
suo vantaggio  non viene espressa esplicitamente e viene data per scontata. E, come Dorling
osserva acidamente, la Thatcher assume che l'abilit potenziale debba essere trattata come l'altezza
(cio, fuori da ogni possibilit di interferenza umana), nella presunzione, ancora una volta non provata,
che individui diversi abbiano capacit diverse per natura anzich avere una capacit diversa di
sviluppare il loro potenziale per il fatto di essere inseriti in condizioni sociali differenti.
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In altre parole, Thatcher d per scontato, come cosa evidente di per s, che le nostre diverse abilit, esattamente come
la differente altezza, sono determinate alla nascita  normalizzando [02] cos l'implicazione che
l'uomo possa fare poco o niente per cambiare il verdetto del destino. Questa fu una delle ragioni per cui
alla fine del secolo scorso la strana idea che agendo egoisticamente le persone avvantaggino in
qualche modo gli altri, divenne un'idea comune.
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Ma questo non  l'unico dogma dell'ingiustizia che secondo Dorling rafforza e sostiene la
persistenza della disuguaglianza. Egli cita varie altre convinzioni tacite e latenti che  nonostante siano
prive di qualsiasi riscontro nella realt, o non abbiano mai avuto la possibilit di una verifica critica 
continuano a dar forma ostinatamente al nostro modo popolare di percepire le cose, di atteggiarci nei
loro confronti e di agire. Fra questi altri dogmi dell'ingiustizia Dorling elenca le credenze che:
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1) l'elitismo  efficiente (perch il bene dei molti pu essere migliorato soltanto promuovendo le abilit di
cui solo relativamente pochi individui, per definizione, dispongono in maniera esclusiva);
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2) l'esclusione  insieme normale e necessaria per la salute della societ, e l'avidit  un bene per il
miglioramento della vita;
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3) la disperazione che ne risulta  ineluttabile e non pu essere evitata.
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 questa collezione di false credenze che sta alla base della nostra miseria collettiva, causata dalla nostra
volontaria, e quasi irriflessiva e meccanica, sottomissione alla disuguaglianza sociale che fa s che essa
continui e anzi si autoperpetui.
Per un bel po' di tempo gli uomini hanno fatto la loro storia, anche se pi volte hanno avuto da
lamentarsi e si sono trovati in circostanze da loro non scelte. E le storie sono fatte collettivamente 
collettivamente ci assiepiamo oggi ad andare in giro a far compere e a seguire le soap opera. La
paranoia dello status  rinforzata dal fatto che la nostra gente vede ormai le cose sotto l'influenza di ci
che guarda in televisione e navigando su internet. L'avidit come modo di essere ci viene propinata
collettivamente attraverso la pubblicit, che funziona come un'esca per farci desiderare sempre
qualcosa di pi [03].
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In poche parole: la maggior parte di noi per la maggior parte del tempo (anche se a volte con
gioia, altre volte con riluttanza, inveendo e digrignando i denti) si lascia abbindolare da quanto viene
offerto e si dedica al compito, che dura tutta la vita, di fare del proprio meglio per... Ma  sufficiente
cambiare la mentalit del singolo per cambiare il suo modo di comportarsi? Ed  sufficiente cambiare il
modo di comportarsi del singolo per cambiare la realt e le sue severe esigenze sotto la cui pressione
noi agiamo?
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 vero che, ci piaccia o no, apparteniamo alla specie dell'homo eligens, l'animale che sceglie; e
che nessuna pressione, per quanto coercitiva, crudele e indomabile,  mai riuscita n  probabile riesca
mai a sopprimere completamente la nostra capacit di scegliere e a determinare quindi
inequivocabilmente e irresistibilmente la nostra condotta. Noi non siamo palle da biliardo che si
muovono sul tavolo verde e vengono spedite l dove chi maneggia la stecca le manda; noi siamo, per
cos dire, condannati a essere liberi, e per quanto vivamente possiamo desiderare di essere esonerati
dai tormenti della scelta, ci troveremo sempre davanti a una molteplicit di strade su cui incamminarci.
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Ci sono due fattori ampiamente autonomi fra loro che danno forma alle nostre scelte, al nostro stile e
alla nostra traiettoria di vita. Uno  il destino, una serie di circostanze su cui non abbiamo alcuna
influenza: cose che ci accadono, che non dipendono dal nostro fare (come il luogo geografico e la
posizione sociale in cui siamo generati, o il momento della nostra nascita); l'altro fattore  il nostro
carattere, che almeno in linea di principio siamo in grado di influenzare, lavorandoci sopra, educandolo
e coltivandolo. Il destino determina lo spettro delle nostre opzioni realistiche, ma  il nostro carattere
che sceglie fra di esse.
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Naturalmente le opzioni realistiche, il cui spettro  stabilito dal destino, differiscono spesso
fortemente nel loro grado di realismo: alcune opzioni sono, o almeno sembrano, pi facili da cogliere e
seguire di altre, in quanto sono o sembrano essere scelte pi sicure, scommesse meno rischiose e/o pi
attraenti; la probabilit che siano preferite  perci pi alta rispetto ad altre scelte alternative,
comunemente impopolari, sospettate di richiedere maggior tempo e sforzi pi impegnativi, di
pretendere maggiori sacrifici, di comportare il rischio di una pubblica condanna e perdita di prestigio
(come accade molto spesso).
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La distribuzione delle probabilit che le opzioni realistiche siano colte appartiene quindi anche al regno del destino: dopotutto noi viviamo in un ambiente sociale
strutturato, e strutturare vuol dire proprio manipolare le probabilit: organizzare l'assegnazione di
premi e punizioni in maniera tale da rendere la probabilit di alcune scelte molto pi alta, e di alcune
altre molto pi bassa, di quanto sarebbe altrimenti. La realt, in fin dei conti,  il nome che diamo
alla resistenza esterna ai nostri desideri interni: quanto pi forte  la resistenza, tanto pi reali si
sentono gli ostacoli.
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Quanto maggiore  il costo sociale di una opzione, tanto minore  la probabilit che sia scelta. E
i costi di un rifiuto, da parte dei soggetti che scelgono, di fare ci che sono istigati a fare, come i
rispettivi premi per una scelta di obbedienza, sono pagati in primo luogo nella preziosa valuta
dell'accettazione, della posizione e del prestigio sociale. Nella nostra societ questi costi sono
organizzati in una maniera che rende altamente difficile la resistenza alla disuguaglianza e alle sue
conseguenze (sia pubbliche che private), e perci  meno probabile che tale resistenza sia intrapresa e
messa in atto di quanto non siano le alternative: una placida e rassegnata sottomissione o una volontaria
collaborazione. E i dadi che noi abitanti della societ di consumatori capitalista e individualista non
possiamo fare a meno di lanciare ripetutamente in tutti o nella gran parte dei giochi della vita, danno
per lo pi risultati a favore di quelli che traggono vantaggio o sperano di trarre vantaggio dalla
disuguaglianza...
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Alcune grandi bugie su cui galleggia la bugia pi grande.
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John Maxwell Coetzee, formidabile filosofo e squisito romanziere, oltre che acuto rilevatore dei
peccati, dei grossolani errori e delle vacuit del nostro mondo, osserva che
l'affermazione secondo cui il nostro mondo dev'essere diviso in entit economiche in
competizione perch questo  ci che la sua natura richiede,  astrusa. Le economie competitive
esistono perch noi abbiamo deciso di dare loro questa forma. La competizione  un surrogato
sublimato della guerra. La guerra non  affatto inevitabile. Se vogliamo la guerra, possiamo scegliere la
guerra; ma se vogliamo la pace, possiamo ugualmente scegliere la pace. Se vogliamo la rivalit,
possiamo scegliere la rivalit; ma possiamo anche decidere per un'amichevole cooperazione [01].
.
Il problema per  che  sia stato o no configurato dalle decisioni assunte e attuate dai nostri
antenati  il nostro mondo di inizio XXI secolo non  favorevole alla coesistenza pacifica, e tanto meno
alla solidariet umana e alla cooperazione amichevole. Esso  costruito in maniera tale da rendere la
cooperazione e la solidariet una scelta non solo impopolare, ma anche difficile e onerosa. Non c' da
meravigliarsi che solo relativamente poche persone, e in relativamente poche occasioni, trovino in s la
forza materiale e/o spirituale di compiere una simile scelta e di metterla in atto.
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La grande maggioranza delle persone, per quanto animata da credenze e intenzioni nobili ed elevate, si scontra con realt ostili
e vendicative, e soprattutto indomabili: realt di onnipresente cupidigia e corruzione, di rivalit ed
egoismo da ogni parte, che per ci stesso suggeriscono ed esaltano il sospetto reciproco e la vigilanza
continua. Si tratta di realt che non possono essere cambiate dall'azione del singolo, non possono
essere messe da parte, trascurate o ignorate, e davanti alle quali pertanto non c' praticamente
alternativa che ripercorrere i modelli di comportamento che coscientemente o no, di proposito o per
corrivit, riproducono monotonamente il mondo del bellum omnium contra omnes.  per questo che
spesso siamo indotti a considerare erroneamente quelle realt (progettate, inculcate o immaginate, che
siamo costretti a riprodurre ogni giorno) come la natura delle cose, che nessun potere umano pu
mutare e riformare. Per seguire ancora il ragionamento di Coetzee: l'uomo medio continuer a
credere che il mondo sia governato dalla necessit e non da un astratto codice morale. Continuer a
credere ci che quell'uomo medio, ammettiamolo, ha pi di una ragione per credere: che ci che
deve essere, deve essere  e basta... Questo  il mondo in cui ci tocca vivere la nostra vita:  la
conclusione che tendiamo (giustamente) a trarre. A quel tipo di mondo, ne deduciamo (erroneamente),
non c'  non pu esserci  alternativa.
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Quali sono dunque gli apparenti must che noi, gente media (o semplicemente gente
comune), supponiamo siano nell'ordine o nella natura delle cose, e che non possono essere
disattesi? In altre parole, quali sono le premesse tacitamente accettate, invisibilmente presenti in ogni
opinione sullo stato del mondo a cui ci teniamo comunemente stretti e che danno forma alla nostra
comprensione (o meglio, al nostro travisamento) di quel mondo, ma che raramente, o mai, cerchiamo
di esaminare seriamente, di penetrare e verificare sui dati di realt?
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Ne richiamer qui alcune, quelle che probabilmente pi di tutte le altre false credenze portano la
responsabilit del disastro della disuguaglianza sociale e della sua apparentemente inarrestabile crescita
e metastasi. Ma diciamolo subito: a un'analisi pi attenta, tutti quei presunti must si rivelano come
nient'altro che altrettanti aspetti dello status quo, cio delle cose cos come sono al momento, ma che
non  affatto detto debbano essere cos come sono; e appare chiaro che tali aspetti della nostra attuale
situazione penosa sono, a loro volta, sostenuti da premesse non verificate, instabili o del tutto
fuorvianti.  vero che essi sono ora realt, nel senso che resistono fermamente ai tentativi di
riformarli o sostituirli; pi precisamente, ai tentativi che sono o possono essere ipoteticamente
intrapresi con gli strumenti al momento a nostra disposizione (come i due grandi sociologi William I.
Thomas e Florian Znaniecki scoprirono un secolo fa: se la gente crede che una cosa sia vera, essa far
s che sia vera col suo modo di comportarsi).
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Ma questo non prova affatto che la riforma o la sostituzione degli aspetti in questione sia impossibile da attuare, restando per sempre al di l
dell'umano potere. Al massimo, ci suggerisce che cambiarli potr richiedere pi che un semplice
cambiamento di mente. Potrebbe richiedere niente meno che il cambiamento, spesso drastico e
inizialmente penoso e sconcertante, del nostro modo di vivere.
Alcuni degli assunti comunemente accettati come ovvi (cio che non hanno bisogno di
prove), che ci soffermeremo qui a esaminare pi da vicino sono:
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1. La crescita economica  il solo modo di affrontare le sfide e possibilmente risolvere tutti i
singoli problemi che la coabitazione umana inevitabilmente crea.
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2. Il consumo in perpetuo aumento, o pi precisamente la rotazione sempre pi veloce di nuovi
oggetti di consumo,  forse il solo, o comunque il principale modo di soddisfare la ricerca umana della
felicit.
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3. La disuguaglianza fra gli uomini  naturale, e acconciare le possibilit della vita umana alla
sua inevitabilit ci avvantaggia tutti, mentre la manomissione dei suoi precetti non pu che portare
danno a tutti.
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4. La rivalit (con i suoi due versanti: l'elevazione delle persone degne e
l'esclusione/degradazione di quelle indegne)  insieme una condizione necessaria e la condizione
sufficiente della giustizia sociale nonch della riproduzione dell'ordine sociale.
...
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...
1. La crescita economica.
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 l'economia, stupido  una frase coniata contro George H.W. Bush da James Carville,
stratega della campagna presidenziale di Bill Clinton del 1992. Negli anni dopo che fu coniata, la frase
ha fatto una carriera spettacolare nel vocabolario politico mondiale. Ad oggi  saldamente insediata nel
linguaggio della politica come pure nella doxa (cio l'insieme di credenze abitualmente utilizzate dal
pubblico dei profani come strumenti del loro pensiero, ma su cui raramente o forse mai si riflette, e che
tanto meno vengono analizzate e sottoposte a verifica), e affiora ripetutamente nei discorsi dei politici e
nelle relazioni degli spin doctor in occasione delle successive campagne elettorali, o anche al di fuori di
queste e altre occasioni. La frase assume come un dato di fatto evidente, dimostrato dall'esperienza
comune al di l di ogni ragionevole dubbio, che i sentimenti pubblici, le simpatie o le antipatie, la
pubblica disposizione a offrire o negare il sostegno ai fronti contrapposti nelle battaglie elettorali, e
l'inclinazione degli elettori a riconoscere i loro interessi nei programmi e negli slogan elettorali, siano
tutti completamente o quasi determinati dai meandri della crescita economica.
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Essa assume che quali che possano essere gli altri valori e preferenze degli elettori,  la presenza o l'assenza della crescita
economica che tende a guidare le loro scelte pi di ogni altra considerazione. Ne segue che sono le
cifre che si suppone misurino il grado di crescita economica a essere usate come gli indicatori pi
affidabili per le previsioni delle possibilit elettorali dei contendenti per l'occupazione delle stanze del
potere. La stessa aspettativa  spesso espressa con un'altra frase popolare: votare col portafoglio
(voting with a pocketbook in inglese americano, o with a wallet in inglese britannico, espressione
definita dal Longman Dictionary come disposizione morale dell'uomo a votare per qualcuno o per
qualcosa che si pensa possa aiutare ad avere pi denaro).
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E questo sembra essere oggi l'atteggiamento dominante, vista la convinzione diffusa di recente
e ora sostenuta con decisione che  dalle cose che le cifre ufficiali della crescita economica
apparentemente misurano che dipendono in primo luogo le possibilit di una vita decente, gratificante e
dignitosa, in breve di una vita degna di essere vissuta. Ma il problema  che questa convinzione non 
n endemica n in alcun altro modo naturale per gli uomini; anzi,  di origine relativamente recente...
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Le menti pi formidabili fra i pionieri della moderna economia consideravano la crescita economica
una spiacevole seccatura piuttosto che una benedizione: un urticante per fortuna temporaneo ed
eminentemente passeggero, causato da una disponibilit ancora insufficiente di beni indispensabili per
soddisfare la somma totale delle esigenze umane. La maggior parte di loro ritenevano che questa
somma totale potesse essere calcolata, e una volta che la capacit produttiva della societ l'avesse
raggiunta sarebbe seguita l'economia stabile o costante, pi in sintonia e pi amichevole con la
disposizione umana naturale.
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John Stuart Mill, pioniere del pensiero economico moderno e uno dei pi acuti filosofi e studiosi del 19esimo secolo [02], preannunciava per esempio la reale inevitabile
transizione dalla crescita economica a uno stato stazionario. Nella sua opera pi importante, Principi
di economia politica, scriveva, come chiunque pu leggere nella attuale edizione di Wikipedia, che
l'incremento della ricchezza non  infinito. La fine della crescita porta a uno stato stazionario. Lo
stato stazionario del capitale e della ricchezza [...] sarebbe un miglioramento notevolissimo rispetto alla
nostra presente condizione.
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E ancora: Una condizione stazionaria del capitale e della popolazione non implica affatto uno stato stazionario del miglioramento dell'umanit. Ci sarebbe lo stesso spazio di
sempre per tutti i tipi di cultura mentale, e progresso morale e sociale, altrettanto spazio per migliorare
l'arte del vivere, e molta pi probabilit che essa sia migliorata, se le menti cessassero di essere
occupate esclusivamente a prosperare [03].
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Mentre fino al secolo scorso inoltrato, come possiamo leggere anche in Wikipedia, John Maynard Keynes, uno dei pi autorevoli economisti del 20esimo secolo
[04], aspettava ancora l'immancabile avvento del giorno in cui la societ potr concentrarsi sui fini
(felicit e benessere, per esempio) anzich, come fino ad ora, sui mezzi (crescita economica e ricerca
individuale del profitto). Egli scriveva che l'avarizia  un vizio, la riscossione dell'usura  una colpa,
l'amore per il denaro  spregevole [...] Torneremo ad apprezzare di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo
il bello all'utile [05]. E insisteva che non  lontano il giorno in cui il problema economico passer in
secondo piano, che  quello che gli compete, e l'arena del cuore e della testa sar occupata, o
rioccupata, dai nostri problemi reali, i problemi della vita e delle relazioni umane, della creazione e del
comportamento e della religione [06]: in altre parole quei problemi che non solo sono reali, ma
sono immensamente pi nobili e attraenti delle esigenze di semplice sopravvivenza che guidano al
momento le preoccupazioni economiche o le tentazioni di ingrandirsi sempre pi, in attesa di
soppiantarle; problemi che, se finalmente affrontati sul serio, aprono la strada a un tipo di vita e di
coabitazione umana davvero salutare.
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Sono passati altri sessant'anni di sfrenata ricerca capitalistica della ricchezza per se stessa  una
caccia in cui la visione della ricchezza pubblica come strumento per la costruzione di una societ
ospitale per le diverse, sfaccettate richieste di una vita umana buona, degna di essere vissuta,  stata
cancellata e ignorata  ed ecco, ora Robert e Edward (figlio di Robert) Skidelsky hanno pubblicato uno
studio intitolato How Much Is Enough? The Love of Money, and the Case for Good Life, in cui arrivano
alla conclusione (nella sintesi che ne fa Michael O'Leary nel suo saggio dal titolo eloquente Drowned
by the Rising Tides [Sommersi dalla marea montante] [07]) che il mito che la marea montante solleva
tutte le barche oggi non inganna pi nessuno (osservazione ahim un po' prematura, dal momento che
l'inganno sembra operare ancora con pieno vigore contro l'aspettativa degli autori di un effetto di
attenuazione delle manifestazioni pi recenti e distruttive della disuguaglianza globale che aumenta a
una velocit senza precedenti).
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L'edizione 2012 del rapporto annuale dell'OCSE intitolato Going to Growth [Obiettivo crescita] suggerisce, secondo O'Leary, che nelle interpretazioni ufficiali delle radici
delle attuali inquietudini ai poveri viene addossata la colpa ma i ricchi si prendono il piacere. E John
Evans, il Segretario generale del Trade Unions Advisory Committee, commenta che
Going for Growth non trae lezioni dalla crisi e continua a insistere sulla deregolazione del
mercato del lavoro. Le politiche che contribuiscono alla crisi attuale vengono presentate come
soluzioni.  particolarmente preoccupante che l'OCSE raccomandi di ridurre la protezione per i
lavoratori, in un momento in cui si richiede maggiore fiducia..
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La mano invisibile del mercato, che con molta fantasia si pensa operi per il benessere
universale  la mano che la politica di deregolazione dello Stato mira a liberare dalle manette
giuridiche precedentemente predisposte al fine di limitarne la libert di movimento  pu anche essere
davvero invisibile, ma non abbiamo molti dubbi a chi quella mano appartenga e chi ne diriga i
movimenti... La deregolazione delle banche e del movimento dei capitali permette ai ricchi di
muoversi liberamente, di cercare e trovare i migliori terreni di sfruttamento e quelli pi capaci di
generare profitti e cos diventare pi ricchi, mentre la deregolazione del mercato del lavoro rende i
poveri incapaci di star dietro agli exploit, e li mette ancor meno in grado di arrestare o almeno
rallentare le peregrinazioni dei possessori di capitali (rinominati investitori nel gergo della Borsa), e
quindi alla fine non pu che renderli pi poveri. Oltre al danno arrecato al loro livello di reddito, le loro
possibilit di impiego e di salario per vivere si trovano ora esposte ai capricci dei capitali a caccia di
ricchezza, le loro prospettive di competizione diventano cronicamente precarie e producono acuto
sconforto spirituale, perpetua preoccupazione e cronica infelicit: flagelli che non spariranno e non
cesseranno di tormentare neanche nei (brevi) periodi di relativa sicurezza.
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Gli effetti endemicamente divisivi della politica di deregolazione rientrano tuttavia fra i segreti ufficiali meglio tutelati; in
documenti ufficiali destinati al pubblico la deregolazione  presentata come la strada maestra per il
benessere di tutti; e le statistiche del prodotto interno lordo, che dovrebbero misurare gli alti e bassi
della ricchezza totale della nazione identificata col benessere del paese, tacciono sul modo in cui
quella ricchezza  distribuita. Lo nascondono anzich rivelarlo; in particolare, ed  la cosa pi
importante, la verit che quelle statistiche evitano di far emergere  che l'aumento della ricchezza
totale va di pari passo con l'approfondirsi della disuguaglianza sociale e con l'ulteriore allargamento
del gi incolmabile divario fra la sicurezza esistenziale e il benessere generale del vertice della
piramide sociale e la situazione delle fasce inferiori. E ricordiamo che la cerchia che sta al vertice di
quella piramide si restringe sempre di pi di anno in anno, mentre il resto di essa, fino al fondo pi
basso, si espande inarrestabilmente.
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In effetti, di quasi ogni incremento del prodotto interno lordo realizzato negli Stati Uniti dopo il
crollo del credito nel 2007, pi del 90 per cento  stato accaparrato dall'1 per cento pi ricco degli
americani. L'allargamento del divario e l'assottigliarsi della cerchia dei multimiliardari che si
conquistano la parte del leone della crescita economica, proseguono  come ha calcolato di recente
Julia Kollewe [08]  in maniera chiaramente inarrestabile e a un ritmo in progressiva accelerazione.
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I primi dieci pi ricchi del mondo hanno accumulato ad oggi una ricchezza pari a 2700 miliardi di
dollari, che  all'incirca la dimensione dell'intera economia francese, la quinta pi grande del mondo.
Uno di loro, Amancio Ortega, fondatore di Inditex e proprietario di 1600 negozi Zara, ha aggiunto alla
sua ricchezza 18 miliardi di dollari solo nei dodici mesi da ottobre 2011, cio circa 66 milioni di dollari
al giorno. Secondo i dati forniti dall'autorevole High Pay Centre (centro indipendente di monitoraggio
degli alti redditi) della Gran Bretagna, i guadagni degli alti dirigenti in quel paese sono aumentati negli
ultimi trent'anni di 40 volte, mentre i salari medi, sempre in quel paese, sono solo triplicati e al
momento sono fermi al livello di 25.900 sterline. Secondo Deborah Hargreaves, direttrice del Centre,
c' una crisi al vertice del mondo degli affari britannici, ed  profondamente corrosiva per la nostra
economia. Quando la retribuzione dei dirigenti superiori  fissata a porte chiuse, essa non riflette il
successo dell'azienda e alimenta una forte disuguaglianza, e questo manifesta un profondo malessere
nello stesso vertice della nostra societ. Oltretutto, la favolosa crescita della fortuna della forte cerchia
dello 0,1 per cento della societ si verifica, per spargere sale sulla ferita, in un periodo di austerit
senza precedenti per la maggior parte del rimanente 99,9 per cento.
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Tutti i confronti sopra richiamati riflettono la disuguaglianza crescente all'interno delle
popolazioni dentro i confini di singoli Stati nazionali; ma la professoressa Anja Wei dell'Universit di
Duisburg-Essen ci ragguaglia sulla dimensione globale della disuguaglianza; collazionando ed
estrapolando le tendenze attuali ha ricavato un quadro molto simile, se non ancora pi tetro e
sconcertante, davvero sconfortante: Un quadro realistico della futura disuguaglianza globale 
desolante. Se le cose rimangono cos, non ci sono incentivi al cambiamento e sono scarse le possibilit
che esso si verifichi... Realisticamente,  probabile che le disuguaglianze continuino e che il sistema
degli Stati nazionali continui a legittimarle [09].
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Il quadro d'insieme lascia poco o nessuno spazio al dubbio: cos come stanno oggi le cose, la
crescita economica (quale  rappresentata nelle statistiche del prodotto interno lordo e identificata
con la crescente quantit di denaro che cambia mani) non annuncia per la maggior parte di noi un
futuro migliore; al contrario, presagisce per il numero di persone gi preponderante e tuttora in rapido
aumento una disuguaglianza ancora pi profonda e dura, una condizione ancora pi precaria e quindi
anche pi degrado, dispiacere, offesa e umiliazione  e una sempre pi aspra lotta per la sopravvivenza
sociale.
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L'arricchimento dei ricchi non gocciola gi anche a quelli che si trovano nelle loro
immediate vicinanze nella gerarchia della ricchezza e del reddito, e tanto meno a quelli che si trovano
ancora pi gi nella scala; la ben nota, anche se sempre pi illusoria, scala della mobilit verso l'alto
si sta trasformando via via in una serie di griglie impermeabili e barriere insuperabili. La crescita
economica segnala una crescente opulenza per pochi, e invece una ripida caduta nella posizione
sociale e nell'autostima per una massa innumerevole di altri. Anzich proporsi come una soluzione
universale per la maggior parte degli ovunque presenti, complessi e dolorosi problemi sociali, la
crescita economica quale siamo venuti a conoscere dalla nostra sempre pi insana esperienza
collettiva  sospettata di essere la causa principale della persistenza e dell'aggravamento di quei
problemi.
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Aggiungiamo che, contrariamente alle rassicurazioni cui danno voce numerosi autorevoli
economisti, incluso il Premio Nobel del 1995 Robert Lucas (che nel 2003, appena qualche paio d'anni
prima dello spettacolare crollo dell'economia guidata dalle banche e dal credito, proclam la
deregolazione dei mercati finanziari come la soluzione, a tutti i fini pratici del problema centrale di
impedire la depressione), i guadagni esorbitanti dei gi-ricchi anzich essere reinvestiti
nell'economia reale (cio la parte dell'economia mossa dalla produzione e distribuzione di beni che
servono alla vita) sono stati usati per riassegnare quantit nominali di denaro all'interno del cerchio
magico dei molto ricchi non interessati e non preoccupati di servire l'economia reale.
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Per dirla con Stewart Lansley [10], la teoria economica moderna sostiene che i mercati puri funzionano in modo tale da portare
beneficio all'economia in generale. Ma incentivi perversi hanno portato le banche a pompare flussi
incontrollati di credito nell'economia globale. Questo ha arricchito una generazione di finanzieri ma
solo con l'espansione di attivit che hanno soffocato l'economia reale [...] Il denaro  andato a finire
in acquisizioni di controllo, azionariato privato, propriet e varie forme di attivit speculativa e di
ingegneria finanziaria e industriale che hanno portato all'accumulazione di fortune ma per lo pi con il
trasferimento della ricchezza esistente piuttosto che attraverso la creazione di nuova ricchezza, imprese
e posti di lavoro..
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Da tutto questo, non pu che seguire una conclusione: La deregolazione e la
demutualizzazione (delle istituzioni finanziarie e creditizie) si sono dimostrate ancora una volta una
pacchia per la cerchia di quelli che sono al vertice dell'industria finanziaria, che hanno portato a pi alti
canoni, commissioni e bonus [11], e hanno prosciugato ancora di pi le gi magre propriet dei
milioni di beneficiari del credito che vivono e operano nell'economia reale, e che dipendono dai
suoi successi e fallimenti per i loro mezzi di sostentamento.
...
.
...
2. Il consumo crescente.
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Il fine ultimo della tecnologia, il telos della techne, suggeriva Jonathan Franzen nel discorso
pronunciato alla consegna dei diplomi di laurea il 21 maggio 2011 al Kenyon College,  di sostituire
un mondo naturale che  indifferente ai nostri desideri  un mondo di uragani e avversit e cuori
infranti, un mondo della resistenza  con un mondo cos rispondente ai nostri desideri da essere in
pratica, in ultima analisi, un prolungamento di noi stessi.  tutta questione di benessere e convenienza,
stupido  questo  ci che il discorso suggeriva: questione di benessere senza sforzo e di confortevole
assenza di fatica.
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 questione di rendere il mondo obbediente e docile ai nostri capricci e alle nostre
fantasie; di rimuovere dal mondo tutto quello che si interpone, ostinatamente e combattivamente, fra la
volont e la realt. Correggo: poich quello che noi chiamiamo realt  ci che resiste alla volont
umana,  tutta questione di farla finita con la realt. Si tratta di vivere in un mondo fatto solo dei propri
bisogni e desideri; dei miei e dei vostri bisogni e desideri, dei nostri  di noi compratori, consumatori,
utenti e beneficiari della tecnologia  bisogni e desideri.
Un desiderio che noi tutti condividiamo e sentiamo con particolare forza, quasi con passione, 
il desiderio di amare e di essere amati.
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Poich i nostri mercati scoprono e rispondono a quello che i consumatori vogliono sopra
tutto, continua Franzen, la nostra tecnologia  diventata estremamente esperta nel creare prodotti che
corrispondono al nostro ideale fantastico di una relazione erotica, in cui l'oggetto amato non chiede
niente e d tutto, all'istante, e ci fa sentire tutti potenti, e non fa scene terribili quando  sostituito da un
oggetto ancora pi sexy e viene abbandonato in un cassetto, o gettato nella pattumiera e nel pozzo
senza fondo dell'oblio, aggiungo io. Sempre di pi i prodotti della tecnologia immessi sul mercato,
come gli strumenti elettronici azionati con un semplice comando vocale o capaci di ingrandire
immagini col semplice movimento di due dita, incarnano tutto ci che abbiamo sempre sognato che gli
oggetti amati ci offrissero ma che raramente o mai siamo riusciti a ottenere realmente, con in pi
l'inestimabile qualit di non prolungare mai la loro visita e non ripresentarsi mai una volta che siano
stati messi alla porta.
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Gli strumenti elettronici non rendono propriamente un servizio d'amore: essi
sono pensati per essere amati come tutti gli altri oggetti d'amore sono amati, ma come raramente
permettono di essere. Gli strumenti elettronici sono gli oggetti d'amore pi sani, che rappresentano
standard e modelli sia in entrata sia in uscita per gli affari d'amore che tutti gli altri oggetti d'amore,
elettronici o carnali, inanimati o animati, possono ignorare solo a proprio rischio e pericolo.
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E invece, a differenza di quanto accade con gli strumenti elettronici, l'amore di un umano per
un umano significa comunque dedizione, accettazione di rischi, disponibilit al sacrificio di s;
significa scegliere un sentiero incerto e non disegnato sulle carte, accidentato e irregolare, nella
speranza  e determinazione  di condividere la vita con un'altra persona. L'amore pu accompagnarsi
o no alla serena felicit, ma difficilmente pu accompagnarsi al benessere e alla convenienza; mai alla
fiduciosa aspettativa delle persone, e tanto meno alla certezza... Al contrario: richiede che il soggetto
tenda al massimo le sue capacit e la sua volont, e anche allora presagisce la possibilit della sconfitta,
dello smascheramento della propria inadeguatezza, di una ferita all'autostima.
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Il prodotto dell'elettronica asettico, smussato, esente da spine e privo di rischi  altro dall'amore: quello che esso
offre  un'assicurazione contro il fango che, come giustamente osserva Franzen, l'amore schizza
inevitabilmente sul terrore della nostra autoconsiderazione. La versione dell'amore di stampo
elettronico, in ultima analisi, non ha nulla a che fare con l'amore; i prodotti della tecnologia di
consumo afferrano i loro clienti con la lusinga di soddisfare il loro narcisismo. Promettono di avere un
buon riflesso su di noi, qualunque cosa accada e qualunque cosa noi facciamo o cessiamo di fare. Come
Franzen sottolinea, noi siamo i protagonisti dei nostri film, ci fotografiamo continuamente, clicchiamo
il mouse e una macchina conferma il nostro senso di signoria... Fare amicizia con una persona 
semplicemente includere quella persona nella nostra sala privata di specchi adulatori. Ma, aggiunge,
cercare di essere perfettamente gradevoli  incompatibile col rapporto d'amore.
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L'amore , o minaccia di essere, un antidoto contro il narcisismo.  il primo a fischiare quando
c' da demolire la falsit delle pretese a cui cerchiamo di tenere aggrappata la nostra autostima, mentre
evitiamo faticosamente di metterla alla prova nel campo dell'azione. Ci che la versione
elettronicamente sterilizzata e imbiancata dell'amore, la versione contraffatta dell'amore offre
veramente  una scommessa per proteggere l'autostima contro i rischi per i quali l'articolo genuino 
l'amore fra umani   famoso.
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Il boom elettronico, i favolosi profitti ammassati dalla vendita di strumenti sempre pi
amichevoli verso l'utente  docili, remissivi, sempre obbedienti e mai ribelli contro la volont del
padrone  ha tutte le caratteristiche di una nuova terra vergine appena scoperta e messa a
sfruttamento (e offre una ricetta per una serie infinita di scoperte di nuove terre vergini ancora). I
mercati di consumo segnano un'altra conquista in questo settore: un'altra area di interessi umani, di
preoccupazioni, desideri e lotte, finora lasciata all'iniziativa di base, all'industria di piccola scala e
domestica e quindi non lucrosa a livello di mercato,  oggi mercificata e commercializzata con
successo; le attivit in quest'area, come in tante altre aree delle preoccupazioni e degli interessi umani,
sono state convertite in scorribande di acquisti e re-indirizzate sulle strade dello shopping. Ma
ripetiamo: nonostante le sue ambigue pretese, quell'area aperta in tempi recentissimi allo sfruttamento
dei mercati di consumo non  di amore, ma di narcisismo.
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Allo stesso tempo, da tutti gli schermi e altoparlanti ci vengono propinati gli stessi messaggi
con enorme e continua abbondanza, giorno dopo giorno. A volte i messaggi sono sfacciatamente
espliciti, altre volte subdolamente nascosti, ma sempre  che siano rivolti alle facolt intellettive, alle
emozioni o a desideri subconsci  essi promettono, suggeriscono e annunciano felicit (o sensazioni
piacevoli, momenti di gioia, rapimento o estasi: una scorta di felicit per tutta la vita divisa in piccole
porzioni e consegnata un poco per volta, in dosi per la giornata o per l'ora e in moneta spicciola)
incorporata nell'acquisto, possesso e godimento dei beni forniti dai negozi.
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Il messaggio difficilmente potrebbe essere pi chiaro: la strada per la felicit passa attraverso
lo shopping; la somma totale dell'attivit degli acquisti della nazione  il metro principale e meno
fallibile della felicit della societ, e la dimensione della quota individuale in quella somma  il metro
principale e meno fallibile della felicit personale. Nei negozi, si possono trovare affidabili medicine
per tutti i fastidi e i disturbi, per tutte quelle seccature e noie grandi e piccole che incontriamo sulla
strada della vita, per un piacevole, confortevole e ininterrottamente gratificante modo di esistere.
Qualunque cosa pubblicizzino, propongano e vendano, i negozi sono farmacie per tutte le inquietudini
della vita, vere o immaginarie, gi avvertite o che temiamo possano presentarsi.
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Il messaggio  mandato in maniera indiscriminata: a quelli che sono in cima alla scala e a quelli
che sono al fondo. Il messaggio  considerato universale, valido per ogni occasione della vita e per ogni
essere umano. Ma in concreto esso spacca la societ in un aggregato di consumatori bona fide, ben
attrezzati (chi pi chi meno, naturalmente) da una parte, e dall'altra una categoria di consumatori
mancati, in quanto incapaci per varie ragioni  prima di tutto e soprattutto per la mancanza di adeguate
risorse  di vivere ai livelli che il messaggio spinge e incita a raggiungere, martella insistentemente e
assertivamente, e alla fine tramuta in comandamento obbligatorio indiscutibile e senza eccezioni.
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I primi sono compiaciuti dei loro sforzi e inclini a considerare i loro alti punteggi nelle schede dei
consumatori come un diritto e un giusto premio per i loro vantaggi innati o duramente conquistati nella
lotta per cavarsela con gli intrichi del perseguimento della felicit. I secondi si sentono umiliati,
essendo stati assegnati alla categoria degli esseri inferiori: quelli che sono al fondo della scala, che
devono affrontare o soffrono gi la relegazione. Si vergognano della loro scarsa prestazione e delle sue
plausibili cause: mancanza o insufficienza di talento, di operosit e costanza  caratteristiche
stigmatizzate ora, tutte e ciascuna, come vizi disgraziati, sminuenti, degradanti e squalificanti anche se
(o proprio perch) visti come evitabili e riparabili. Le vittime della competizione sono soggette al
pubblico biasimo per la disuguaglianza sociale che ne risulta; e tuttavia, e questa  la cosa pi
importante, esse tendono a concordare con il verdetto pubblico e biasimano se stessi, a spese della loro
autostima e della fiducia in se stessi. Cos a insulto si aggiunge insulto; il sale della riprovazione 
sparso sulla ferita aperta della miseria.
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La condanna dell'inferiorit sociale, di cui si addossa la responsabilit alla stessa vittima,  stata
estesa fino ad abbracciare il pi piccolo accenno di protesta da parte degli sventurati, per non parlare
della loro ribellione contro l'ingiustizia della disuguaglianza in quanto tale; una condanna in cui viene
accomunata anche ogni simpatia e commiserazione per gli sventurati da parte dei fortunati. Il dissenso
con lo stato di cose esistente e nei confronti del modo di vita responsabile della sua continuazione non 
pi visto come una giusta rivendicazione a che i diritti umani perduti/sottratti (anche se dichiaratamente
inalienabili) siano rispettati, i loro postulati siano riconosciuti e ricevano un uguale trattamento, ma 
visto come, per citare Nietzsche, il vizio pi dannoso... [che ] agire pietosamente verso tutti i
malriusciti e i deboli [12], e pertanto come il pi grande pericolo che sempre si annida
nell'indulgenza e nella compassione [13] per loro e la loro specie.
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Le credenze pubbliche diffuse servono come uno scudo efficacissimo che protegge la
disuguaglianza prodotta socialmente contro qualsiasi tentativo serio  e che avrebbe bisogno di un
ampio sostegno sociale  per fermarne la marea, e forse anche contenerne e ridurne l'estensione. Non 
comunque possibile impedire che nascano e si accumulino rabbia e rancore in quelli che si trovano ogni
giorno davanti allo spettacolo di scintillanti trofei apparentemente offerti a tutti i consumatori, effettivi
e aspiranti (premi concepiti in partenza come equivalenti della felicit della vita), ma insieme fanno
esperienza giorno dopo giorno della loro esclusione ed espulsione dalla festa. Occasionalmente, i
cumuli di rabbia immagazzinata esplodono in una breve orgia distruttiva (come un paio d'anni fa le
sommosse dei consumatori mancati/squalificati nel quartiere londinese di Lewisham), la quale tuttavia
esprime il disperato desiderio degli esclusi di entrare nel paradiso dei consumatori per almeno un
rapido momento piuttosto che la loro intenzione di mettere in questione e sfidare il dogma
fondamentale della societ consumistica: l'assioma che il perseguimento della felicit consista nel fare
acquisti e che la felicit debba essere ricercata e aspetti di essere trovata sugli scaffali dei negozi.
.
Una volta integrato e incoronato dall'assenso delle vittime con questo verdetto, l'ascrizione di
colpa alle vittime della disuguaglianza preclude efficacemente la possibilit di convogliare il dissenso
alimentato dall'umiliazione nel programma di un modo alternativo di gratificare la propria vita fondato
in una societ organizzata in maniera diversa. Il dissenso soffre di gran parte degli altri aspetti della
collettivit umana: tende ad essere, per cos dire, deregolato e individualizzato. I sentimenti di
ingiustizia, che altrimenti potrebbero essere dispiegati al servizio di una maggiore uguaglianza,
vengono rifocalizzati sugli avamposti pi vicini del consumismo, frantumati in miriadi di lagnanze
individuali che resistono all'aggregazione e alla fusione, e in sporadiche azioni di invidia e vendetta
dirette contro altri individui a portata di vista e di mano. Le esplosioni sparse di collera offrono il
rilascio temporaneo delle velenose emozioni normalmente soffocate e bloccate e concedono una breve
tregua, bench solo per rendere un po' pi facile da sopportare la tranquilla, rassegnata resa alle
detestate e odiate ingiustizie quotidiane. E come acutamente ammon Richard Rorty alcuni anni fa [14],
fin tanto che i proletari potranno essere distratti dalla loro disperazione dagli pseudo-eventi creati dai
media [...] i super-ricchi non avranno molto da temere.
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Tutte le variet di disuguaglianza sociale derivano dalla divisione fra abbienti e non-abbienti,
come Miguel de Cervantes Saavedra osservava gi mezzo millennio fa. Ma nei diversi tempi sono
differenti gli oggetti che qualificano l'averli o il non averli come gli stati rispettivamente pi
appassionatamente desiderato e pi appassionatamente respinto. Due secoli fa in Europa, e ancora
alcuni decenni fa in molti luoghi lontani dall'Europa e a tutt'oggi in alcuni teatri di battaglia di guerre
tribali o campi di gioco di salvatori casalinghi, il principale oggetto che metteva i non abbienti in
conflitto con gli abbienti era il pane o il riso (sempre insufficienti). Grazie a Dio, alla scienza, alla
tecnologia e/o a certe ragionevoli iniziative politiche le cose non stanno pi cos  il che non vuol dire
che la vecchia divisione sia morta e sepolta. Al contrario: gli oggetti del desiderio, la cui assenza 
rifiutata con maggiore violenza, sono ai nostri giorni molti e vari; e il loro numero, e la tentazione di
averli, aumentano di giorno in giorno. E cos aumenta la rabbia, l'umiliazione, il rancore e il malanimo
suscitati dal non averli, nonch la spinta a distruggere quello che non pu essere ottenuto. Il saccheggio
dei negozi e il darli alle fiamme derivano dalla stessa spinta e soddisfano la stessa brama.
.
Noi ora siamo tutti consumatori, consumatori prima di tutto e sopra tutto, consumatori per
diritto e per dovere. All'indomani dell'attentato terroristico dell'11 settembre George W. Bush,
invitando gli americani a superare il trauma e a ritornare alla normalit, non trov di meglio da dire che
ritornate a fare shopping.  il livello della nostra attivit di fare acquisti e la facilit con cui ci
liberiamo di un oggetto di consumo per sostituirlo con uno nuovo e migliorato che noi impieghiamo
come metro principale della nostra posizione sociale e come punteggio nella competizione per il nostro
successo nella vita. A tutti i problemi che incontriamo sulla strada che ci allontana dai dispiaceri e ci
porta verso la soddisfazione cerchiamo soluzione nei negozi.
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Dalla culla alla bara siamo educati e addestrati a trattare i negozi come farmacie piene di medicine per curare o almeno mitigare tutte le
malattie e afflizioni della nostra vita e della vita in generale. I negozi e il fare compere acquistano cos
una piena e autentica dimensione escatologica. I supermercati, come vuole la famosa espressione di
George Ritzer, sono i nostri templi; e quindi, aggiungerei, le liste degli acquisti sono i nostri breviari,
mentre i quattro passi lungo le strade dello shopping diventano i nostri pellegrinaggi. Comprare
d'impulso e liberarsi degli oggetti in nostro possesso non pi abbastanza attraenti, per mettere al loro
posto quelli attualmente pi attraenti, sono le nostre emozioni pi entusiasmanti. La pienezza di
godimento del consumatore significa pienezza di vita. Faccio acquisti, quindi sono. Fare acquisti o non
fare acquisti, questo  il problema.
.
Per i consumatori manchevoli, la versione aggiornata dei non abbienti, il non fare acquisti
rappresenta lo stigma stridente e avvilente di una vita non realizzata, lo stigma del proprio non essere
nessuno ed essere un buono a niente. Non solo dell'assenza di piacere, ma dell'assenza di dignit
umana. In realt, dell'assenza di significato della vita. In ultima analisi, di umanit e di ogni altra base
per il rispetto di s e il rispetto degli altri che ci circondano.
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Per i membri legittimi della congregazione, i supermercati possono essere templi di culto e
destinazioni di pellegrinaggi rituali. Per gli scomunicati, trovati carenti e quindi banditi dalla chiesa dei
consumatori, sono invece gli avamposti del nemico, provocatoriamente insediati sulla terra del loro
esilio. Bastioni pesantemente sorvegliati sbarrano l'accesso ai beni che proteggono gli altri da un simile
destino: come George W. Bush dovrebbe ammettere, essi sbarrano il ritorno (e per i pi giovani che
non hanno ancora mai avuto occasione di sedere su un banco della chiesa, l'accesso) alla normalit.
.
Inferriate e persiane d'acciaio, telecamere a circuito chiuso, guardie di sicurezza in uniforme
all'ingresso e in abiti borghesi all'interno non fanno che appesantire l'atmosfera da campo di battaglia
e di ostilit in corso. Quelle cittadelle armate e strettamente vigilate del nemico in mezzo a noi
servono giorno dopo giorno a rammentare la degradazione, l'inferiorit, la miseria e l'umiliazione degli
indigeni. Insolenti nella loro altezzosa e arrogante inaccessibilit, sembrano urlare: ti sfido. Ma, ti sfido
a che cosa?
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La risposta pi comunemente e insistentemente martellata a quest'ultima domanda : a fare
sempre meglio degli altri (one-upmanship). Cio, cercare di superare e realizzare un punteggio pi
alto del vicino della porta accanto o del compagno di lavoro nel gioco della disuguaglianza delle
posizioni sociali. Il fare sempre meglio degli altri presuppone la disuguaglianza. La disuguaglianza
sociale  l'habitat naturale e il terreno di pascolo del fare meglio degli altri, e insieme ne  il prodotto
d'insieme. Il gioco del fare meglio degli altri implica e insinua che lo strumento per riparare il danno
perpetrato fino ad ora dalla disuguaglianza sia una maggiore disuguaglianza. La sua attrattiva poggia
sulla promessa di trasformare la disuguaglianza dei giocatori da flagello in risorsa; o piuttosto di
trasformare il flagello sociale della disuguaglianza, sofferto collettivamente, in una risorsa goduta
individualmente  misurando il proprio successo dal grado di fallimento degli altri, la dimensione del
proprio avanzamento dal numero degli altri che restano indietro e, complessivamente, l'ascesa del
proprio valore dall'entit della svalutazione degli altri.
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Alcuni mesi fa Franois Flahault ha pubblicato un importante studio sull'idea di bene comune e
le realt cui pu essere applicata [15]. Per molti anni quell'infaticabile esploratore e interprete delle
sottigliezze manifeste e latenti delle relazioni e degli scambi inter-umani  stato impegnato nella lotta
contro la concezione individualista e utilitarista dell'uomo: la premessa esplicita o implicita di gran
parte della sociologia occidentale secondo cui gli individui precedono la societ, e perci la societ  il
dato di fatto che gli uomini vivono in comunit  dev'essere spiegata in base agli attributi endemici
degli individui umani. Flahault  uno dei pi coerenti e tenaci sostenitori della visione opposta: la
societ precede gli individui, e pertanto sono il pensiero e le azioni degli individui, incluso il fatto
stesso di agire individualmente e, per cos dire, essere individui, a dover essere spiegati come
derivanti dal dato di fatto fondamentale della vita in societ. Il libro dedicato al bene comune tesse
insieme i fili intrecciati nel corso delle ricerche di una vita; pu essere considerato come la sintesi e il
coronamento del lavoro di tutta la sua vita finora.
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Il principale messaggio del nuovo studio, incentrato sulla forma attuale della nostra societ
radicalmente individualizzata,  che l'idea dei diritti umani viene attualmente utilizzata per sostituire
ed eliminare il concetto di buona politica, mentre per essere realistica quell'idea non pu che essere
fondata sull'idea di bene comune. L'esistenza e la coesistenza umana, che si combinano a formare la
vita sociale, costituiscono il bene comune per noi tutti, dal quale e grazie al quale derivano tutti i beni
culturali e sociali. Il perseguimento della felicit dovrebbe pertanto incentrarsi sulla promozione di
esperienze, istituzioni e altre realt culturali e naturali di vita in comune, anzich concentrarsi sugli
indici di ricchezza, tendendo cos a ricollocare la comunit umana come un sito di competitivit e
rivalit individuale.
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Nella sua recensione al libro di Flahault [16], Serge Audier sottolinea che il modello di
convivialit di Serge Latouche o di Patrick Viveret [17], pur avvicinandosi all'idea sostenuta da
Flahault come alternativa all'attuale individualismo, risale parecchio indietro nel tempo, anche se per lo
pi  rimasto nella periferia, raramente visitata, del dibattito pubblico. Gi nella sua Psicologia del
gusto, pubblicata nel 1825, Brillat-Savarin insisteva che la gourmandise, i piaceri del mangiare alla
stessa mensa, l'allegria del sedere l'uno accanto all'altro intorno a una tavola imbandita, i piaceri di
condividere il cibo, le bevande, gli scherzi e la gaiezza, erano alcuni dei legami essenziali della societ.
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Il significato attuale dell'idea di convivialit, come comunit di vita emancipata e non mutilata dalle
forze congiunte della burocrazia e della tecnologia, fu analizzato a fondo dalle opere di Ivan Illich.
Aggiungerei qui che le opportunit commerciali nascoste negli aspetti attraenti di quei modelli di
convivialit sono state gi scoperte e avidamente abbracciate dai mercati di consumo; come molti altri
impulsi sociali ed etici, essi sono stati commercializzati e regolarmente inscatolati ed etichettati. Sono
anche entrati nelle statistiche del prodotto interno lordo: la loro quota nel denaro che cambia
continuamente di mano,  quindi in quasi irresistibile ascesa...
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Il punto, dunque  ed  un punto su cui non abbiamo al momento una risposta convincente ed
empiricamente fondata   se le gioie della convivialit siano capaci di sostituire il perseguimento della
ricchezza, il godimento dei beni di consumo offerti dal mercato e l'arte di fare sempre meglio degli
altri, combinati nell'idea di crescita economica infinita, nel loro ruolo di ricette quasi universalmente
accettate di vita felice. In altre parole: possiamo realizzare il nostro desiderio dei piaceri della
convivialit, per quanto naturali, endemici e spontanei possano essere, all'interno del tipo di
societ attualmente prevalente, senza cadere nella trappola dell'utilitarismo e aggirando la mediazione
del mercato?
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 esattamente ci stanno cercando di fare alcuni tentativi oggi in corso. Ne  un esempio Slow
Food, un movimento internazionale (oggi prossimo a poter essere considerato globale) fondato in Italia
da Carlo Petrini nel 1986. Promosso come un'alternativa al fast food, esso si sforza di salvaguardare la
cucina tradizionale e regionale e incoraggia la coltivazione di piante, semi e bestiame caratteristici
dell'ecosistema locale. Da allora il movimento si  ampliato a livello planetario, fino a raggiungere
oltre 100.000 iscritti in 150 paesi. Agli scopi della produzione alimentare sostenibile e della
promozione dei piccoli mercati locali esso affianca un'agenda politica contro la globalizzazione dei
prodotti alimentari. Il suo obiettivo di fondo e in realt la sua idea ispiratrice  la risurrezione e la
riscoperta delle quasi dimenticate gioie della convivialit, dello stare insieme e della cooperazione nel
perseguimento di scopi condivisi, come alternativa ai crudeli piaceri del fare sempre meglio degli altri e
della corsa al successo. Su Wikipedia leggiamo che attualmente esistono 1300 sedi locali o convivia: i
360 presenti in Italia  noti col nome di condotte  contano 35.000 iscritti. Il movimento  decentrato:
ogni convivium ha un leader che  responsabile di promuovere gli artigiani locali, i contadini locali e i
gusti locali organizzando eventi regionali come laboratori del gusto, degustazioni di vini, e mercati
dei contadini. Uffici di Slow Food sono stati aperti in Svizzera (1995), in Germania (1998), a New
York City (2000), in Francia (2003), in Giappone (2005), e da ultimo nel Regno Unito e in Cile.
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Il movimento Slow Food (per inciso, seguito nel 1999 dall'iniziativa Cittaslow, simile per valori
e intenzioni, e diffusa ora in quattordici paesi) non  che un esempio, una specie di saggio del terreno,
finora di scala relativamente piccola e poco pi che un tentativo iniziale, di quanto pu essere fatto per
impedire il disastro sociale che pu abbattersi su un pianeta in preda a un'orgia consumistica, aiutata e
incoraggiata dalla conquista da parte del mercato di consumo del desiderio umano di felicit; 
tutt'altro che sicuro che ci si riesca, se non si va avanti con i tentativi di porvi fine o attenuarla e si
permette che le cose vadano come al solito...
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Se le cose continuano ad andare avanti cos, avremo sicuramente (come Harald Welzer ha ammonito di recente nel suo esauriente studio sulle conseguenze
sociali del cambiamento climatico in corso e in larga misura inevitabile, provocato in non piccola parte
dalla nostra decisione collettiva di ricercare la felicit nei consumi crescenti [18]) un approfondirsi
delle asimmetrie, disuguaglianze e ingiustizie, fra le generazioni e fra i paesi. Ma la questione sta nel
fatto che il mondo del capitalismo globale  visibilmente inadeguato a porsi, e tanto meno a
comprendere a fondo, obiettivi di lungo termine come quelli che la prevenzione della catastrofe
richiederebbe. Ci che serve  niente di meno che un radicale ripensamento e una revisione del modo in
cui viviamo e dei valori che lo guidano.
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Quello che si richiede, proprio in tempi di crisi,  che si sviluppino visioni o almeno idee mai
pensate prima. Potranno suonare ingenue, ma non  cos. D'altronde, che cosa c' di pi ingenuo che
immaginare che il treno portatore di distruzione di massa cambi velocit e traiettoria per il fatto che la
gente che vi sta dentro corre in direzione opposta? Come diceva Albert Einstein, i problemi non si
possono risolvere con il modello di pensiero che li ha originariamente provocati.  necessario cambiare
traiettoria, e per questo il treno deve prima essere fermato [...]
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Le strategie individuali contro il cambiamento climatico hanno una funzione principalmente
sedativa. Il livello della politica internazionale offre la prospettiva di cambiamento solo in un futuro
lontano, e quindi l'azione culturale  lasciata al livello medio, il livello della societ in cui uno vive, e al
tema democratico di come le persone vogliono vivere nel futuro [...] L'attenzione dovrebbe
concentrarsi sui cittadini che non si accontentano di rinunciare a qualcosa  meno viaggi in automobile,
pi corse col tram  ma contribuiscono culturalmente ai cambiamenti che considerano buoni.
Cos quando (se) si arriver allo schianto, non potrai dire di non essere stato avvertito. Ma la
cosa migliore per te e per me e per tutti noi  impedire che si verifichi lo schianto fin tanto che la
possibilit di fermarlo  ancora nell'ambito della nostra congiunta capacit umana...
...
.
...
3. La naturalit della disuguaglianza sociale.
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Siamo stati educati e addestrati a credere che il benessere dei molti lo si promuove meglio se si
curano, si allenano e affinano, si sostengono e premiano le abilit dei pochi. Le abilit, crediamo, sono
per loro natura distribuite in maniera disuguale; ci sono quindi alcune persone predisposte a realizzare
quello che altri non otterrebbero mai per quanti sforzi possano fare. I fortunati che posseggono delle
abilit sono pochi, quelli privi di capacit o che ne hanno di qualit inferiore sono molti; in effetti, la
maggior parte di noi membri della specie umana apparteniamo a questa seconda categoria. Ci 
dovuto al fatto che  come ci viene ripetuto continuamente  la gerarchia delle posizioni e dei privilegi
sociali si presenta come una piramide: quanto pi ci si sposta verso l'alto, tanto pi  ristretto il gruppo
delle persone in grado di arrampicarsi.
.
Con la loro capacit di placare i morsi della coscienza e di rinforzare l'ego, queste convinzioni
piacciono molto e sono salutate con favore da quelli che si trovano in alto nella gerarchia. Ma in quanto
argomenti per ridurre la frustrazione e l'auto-riprovazione esse sono accolte con favore, diciamo cos,
anche da quelli che si trovano sui gradini pi bassi della scala. E offrono pure un salutare
ammonimento a tutti quelli che non hanno prestato attenzione al messaggio originale e hanno puntato
pi in alto di dove la loro innata abilit avrebbe permesso loro di arrivare. Tutto sommato, queste
convinzioni ci spingono a riconciliarci con la strana disuguaglianza, che si dilata misteriosamente, dei
punti di arrivo, alleviando le pene della resa e della rassegnazione e allargando l'avversione contro il
dissenso e la resistenza. Per farla breve: aiutano a far s che la disuguaglianza sociale persista e si
approfondisca senza sosta. Come suggerisce Daniel Dorling [19], la disuguaglianza sociale nei paesi ricchi persiste a causa della fede tenace nei dogmi
dell'ingiustizia, e pu essere uno choc per le persone scoprire a un certo punto che forse c' qualcosa di
sbagliato in molta parte del tessuto ideologico della societ in cui viviamo. Come quelli le cui famiglie
possedevano un tempo le piantagioni coltivate dagli schiavi dovevano considerare naturale quel tipo di
propriet al tempo della schiavit, e come il non voto alle donne era considerato un tempo una
condizione di natura, cos tante grandi ingiustizie dei nostri giorni sono, per molti, semplicemente
parte del panorama della normalit..

Nel suo fondamentale studio sulle reazioni popolari alla disuguaglianza (Injustice: the Social
Bases of Obedience and Revolt) [20], Barrington Moore Jr. suggeriva che, nell'opposizione fra le idee
di giustizia e ingiustizia,  la seconda che  la nozione primaria, non marcata, in riferimento alla
quale la nozione di giustizia, tende ad essere definita come suo opposto: in qualsiasi particolare
ambito sociale, lo standard della giustizia  per cos dire invocato, insinuato o anche imposto dalla
forma di ingiustizia pi detestabile, sentita con maggiore sofferenza, e che fa pi infuriare al momento,
e che quindi si desidera con maggiore passione di superare ed eliminare; in breve, la giustizia 
intesa come la negazione di uno specifico caso di ingiustizia. E suggeriva anche che, per quanto
severe, oppressive e repellenti possano essere state nel passato le condizioni umane, raramente, o forse
mai, sono state stigmatizzate come ingiuste una volta che erano state sperimentate e sofferte abbastanza
a lungo da rapprendersi come condizioni normali o naturali: non avendo mai sperimentato
condizioni di vita pi favorevoli per la gente come noi, o ricordando sempre pi vagamente quelle
condizioni, le persone non avevano niente con cui confrontare la situazione presente e quindi non
vedevano in essa un motivo (una giustificazione o una possibilit realistica) di ribellione.
.
Ma bastava di solito che la vite fosse spinta di un passo pi avanti, bastava una piccola pretesa ulteriore aggiunta alla
lunga lista di dure richieste gi affrontate  ossia un peggioramento relativamente modesto delle
condizioni di vita  perch si gridasse improvvisamente all'ingiustizia, un'ingiustizia che chiamava alla
resistenza e alla reazione. I contadini del Medioevo, per esempio, generalmente parlando accettavano di
buon animo la grande disuguaglianza fra le loro condizioni di vita e quelle dei loro signori e non
avevano nulla da obiettare di fronte ai servizi e alle corves che venivano loro imposti abitualmente,
per quanto gravosi e inutili fossero; ma un aumento anche esiguo delle richieste e pressioni dei signori
accendeva l'insurrezione contadina a difesa delle Rechtsgewohnheiten, delle consuetudini giuridiche,
dello status quo messo sotto assalto. Un altro esempio: i lavoratori sindacalizzati delle fabbriche
moderne si mettevano in sciopero di solito in reazione a un aumento salariale accordato a lavoratori
dello stesso settore e della stessa qualifica ma impiegati in un'altra fabbrica, e a loro negato; o in
reazione al fatto che in un certo momento i lavoratori arrivavano a percepire i propri salari come
inferiori rispetto alla gerarchia delle attitudini e chiedevano un adeguamento verso l'alto dei propri
guadagni. In entrambi i casi, l'ingiustizia a cui obiettavano e contro cui combattevano era un
cambiamento sfavorevole in quella gerarchia di status che col tempo si erano abituati a considerare
normale o naturale; un caso di deprivazione relativa.
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La percezione dell'ingiustizia che chiama alla resistenza attiva derivava perci dal confronto:
di una condizione presente rispetto a condizioni passate che avevano avuto tempo sufficiente per
congelarsi in normalit, o della posizione di uno status con quella di uno status naturalmente
uguale o naturalmente inferiore. Per la maggior parte delle persone nella maggior parte del tempo,
ingiusto significava il discostarsi dal naturale (leggi: abituale). Il naturale non era n giusto n
ingiusto, era semplicemente nell'ordine delle cose, come le cose erano e dovevano essere, e basta.
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Resistere all'allontanamento dal naturale significava, in ultima analisi, difendere un ordine familiare.
Questo perlomeno  ci che accadeva nel passato investigato da Barrington Moore Jr. e dai
successivi ricercatori dei fenomeni di deprivazione relativa. Ma ora non  pi cos... Oggi, n gli
altri come noi, n i nostri propri status o standard di vita passati sono pi necessariamente i punti di
riferimento naturali con cui confrontarsi. Tutte le forme di vita, alta e bassa, sono ora esposte al
pubblico e quindi visibili a tutti  e di conseguenza apparentemente alla portata di tutti; una tentazione
per tutti, anche se ingannevole, o almeno in offerta a ciascuno. Qualunque forma di vita, per quanto
distante nello spazio o nel tempo e per quanto esotica, pu essere in linea di principio prescelta come
punto di riferimento per un confronto con la propria e come metro per valutare la propria.
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Tanto pi le cose stanno cos per l'abitudine dei documentari, dei docudrammi, dei gossip di stampa e
radiotelevisioni o degli annunci pubblicitari a non fare distinzione fra i destinatari e a lasciare che i loro
messaggi mandati nello spazio aperto trovino le proprie piste di atterraggio e i loro obiettivi recettivi;
un'abitudine condivisa nella pratica, anche se non sempre nella teoria, dall'idea dei diritti umani che
rifiuta risolutamente di riconoscere, e tanto meno di accettare e approvare, le differenze di status fra i
loro portatori presunti o designati. L'individuazione e la localizzazione delle disuguaglianze ingiuste
sono quindi diventate, a tutti gli effetti, deregolate e in larga misura individualizzate, nel senso che
sono lasciate al giudizio soggettivo.
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Occasionalmente i giudizi individuali si accavallano o si fondono, ma come risultato di una
contesa pubblica e di una negoziazione di scelte individuali, piuttosto che perch esiste un determinato
punto di vista di classe o di categoria. Dell'estensione del consenso e della composizione sociale del
campo d'intesa veniamo a conoscenza attraverso i sondaggi d'opinione, che presuppongono
(correttamente o controfattualmente) l'autonomia dei rispondenti e l'indipendenza delle loro scelte; si 
tentati di concludere che le statistiche pubblicate dai sondaggisti sono la principale, forse addirittura
l'unica occasione per condensare l'opinione diffusa e dispersa in fatti sociali nel senso
durkheimiano. Cos, per esempio, la scoperta dei sondaggisti che, in seguito alla pubblicazione dei
risultati di un'indagine durata un anno da parte della British High Pay Commission, quattro su cinque
degli intervistati del loro campione ritenevano che gli stipendi e i bonus degli alti dirigenti fossero fuori
controllo, e due terzi pensavano che le aziende non distribuissero con senso di responsabilit stipendi e
bonus.
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Quelle due maggioranze statistiche evidentemente consideravano gli stipendi e i bonus degli alti
dirigenti eccessivi, ingiusti, e certamente innaturali. Tuttavia allo stesso tempo sembravano
certificare la naturalit di quella anomalia. Nessuna delle maggioranze statistiche ha mostrato segni
di volersi unire in alcun altro senso oltre quello statistico nell'opposizione agli innaturali eccessi di
disuguaglianza, anche se l'idea che la crescita dello stipendio medio degli alti dirigenti britannici di
oltre il 4000 per cento negli ultimi trent'anni corrisponda a un'analoga crescita per numero e abilit dei
talenti naturali britannici sfiderebbe sicuramente la credulit anche del pi ingenuo fra noi.
.
Abbiamo visto che la credenza nella disuguaglianza naturale dei talenti, delle abilit e delle
capacit naturali dell'uomo  rimasta per molti secoli uno dei pi potenti fattori che hanno contribuito
alla tranquilla accettazione della disuguaglianza sociale esistente; al contempo, per, essa ha fornito un
freno in qualche modo efficace a un ampliamento della stessa disuguaglianza, fornendo un metro con
cui individuare e misurare le dimensioni della disuguaglianza innaturali (leggi: eccessive) e quindi
ingiuste e tali da richiedere riparazione. A volte, come nel momento pi alto dello Stato sociale
(welfare), quella credenza potrebbe anche suggerire una qualche mitigazione della distanza fra il
vertice e il fondo della gerarchia sociale. Oggi, la disuguaglianza sociale sembra trovare il modo di
autoperpetuarsi anche senza fare ricorso alla pretesa della sua naturalit. Nel risultato, pare averci
guadagnato piuttosto che averci perduto.  vero, c' bisogno di cercare altri argomenti su cui fondare la
difesa della sua legittimit. Ma in cambio, avendo fatto cadere l'argomento della naturalit dal suo
armamentario difensivo, si  liberata dell'inseparabile compagna di essa, l'accusa di innaturalit dei
suoi eccessi, o almeno ha acquistato la capacit di darle poca importanza e neutralizzarne gli effetti.
Oltre alla capacit di autoperpetuarsi, essa ha acquisito la capacit di autopropagarsi e
autointensificarsi.  il cielo, ora, il limite della sua crescita...
...
.
...
4. La rivalit come chiave per la giustizia.
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Uno dei fondatori e pi illustri autori della scuola filosofica pragmatista, Charles S. Peirce,
defin la cosa come qualunque oggetto di cui possiamo parlare e pensare. In altre parole, siamo noi
uomini, esseri senzienti e pensanti, che  armati come siamo di coscienza e auto-consapevolezza 
facciamo esistere le cose facendole oggetto del nostro pensiero e della nostra conversazione.
Affermando ci, Peirce seguiva la strada tracciata da un riconosciuto pioniere della filosofia
moderna, Ren Descartes, il quale ricercando la prova ultima e indiscutibile dell'esistenza (la prova
cio che non siamo indotti da qualche demone malevolo e astuto a credere nell'esistenza di ci che
sarebbe di fatto un semplice frutto dell'immaginazione), si accontent dello stesso atto del ricercare 
suggerito per cos dire dall'avere un dubbio e dal pensare al modo di liberarsene  come la prova
decisiva di cui abbiamo bisogno per essere certi di esistere. Poich infatti non pu esserci dubbio senza
un essere che dubita, n un pensiero senza un essere che pensa, l'esperienza del dubitare e del pensare 
in effetti la prova, necessaria e insieme sufficiente, di cui abbiamo bisogno per raggiungere la sicurezza
della nostra esistenza.  con l'atto del dubitare e del pensare che noi, gli uomini, ci distinguiamo dal
resto non-pensante del creato.
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In poche parole: secondo Descartes, noi  gli esseri pensanti  siamo soggetti. Gli altri esseri
sono cose, oggetti del nostro pensiero. C' perci una differenza essenziale e una distanza incolmabile
fra soggetto e oggetto  fra l'ego che pensa, e il ci che viene pensato dall'ego: il primo  il lato
attivo, creativo, nella loro relazione, mentre il secondo  condannato a rimanere sul lato ricevente delle
azioni del soggetto. Dotato di consapevolezza, il soggetto significa e intende (ha motivazioni);
ed ha volont di agire in base a quelle motivazioni. Gli oggetti, al contrario, mancano di tutto ci. In
forte opposizione con i soggetti, gli agenti attivi, gli oggetti, le cose, sono senza vita, inattivi,
acquiescenti, apatici, tolleranti, compiacenti, docili, passivi e pronti a subire: sono collocati stabilmente
sul lato ricevente dell'azione. Il soggetto  colui/colei che agisce; l'oggetto  quello su cui si
agisce. Immanuel Kant avrebbe fatto scivolare il lato attivo della relazione soggetto-oggetto
completamente sul lato del soggetto; le cose sono oggetti dell'analisi e della manipolazione del
soggetto, ed  al soggetto che essi devono il loro significato e status. Bertrand Russell li avrebbe
chiamati fatti (cosa fatta, dal latino facere).
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In effetti, le cose sono fatte, o (per quello che ci interessa qui) sono disegnate e forgiate,
prodotte, configurate, conformate, definite, dotate di identit e tutto sommato investite di significato,
dalla mente umana: un'entit o una forza esterna ad esse. Poich sono prive di coscienza e quindi della
capacit di significare, il loro significato  determinato dai soggetti, gli esseri
pensanti-intendenti-agenti. I soggetti sono liberi di stabilire i significati delle cose, e di fatto li
stabiliscono, nei termini della loro rilevanza/irrilevanza, utilit/inutilit, significanza/insignificanza,
appropriatezza/incongruenza, e in ultima analisi di loro rispondenza/inadeguatezza per le intenzioni e
gli scopi dei soggetti.
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In breve: il divario fra soggetto e oggetto, l'uomo pensante e la cosa,  a tutti gli effetti
incolmabile. L'idea di incolmabilit, di irreparabile opposizione degli status e di inguaribile
a-simmetria della loro relazione,  un riflesso dell'esperienza comune del potere-in-azione: cio di
superiorit e subordinazione, comando e obbedienza, libert di agire e necessit di sottomissione... La
descrizione della relazione soggetto-oggetto  sorprendentemente simile a quella del potere,
governo, o dominio: i modi in cui le cose sono definite, classificate, valutate e trattate sono
determinati da quelle che il soggetto ritiene siano le sue esigenze, e sono modulati secondo la
convenienza del soggetto. Si  inclini a concludere che le cose, naturalmente passive, intorpidite e
mute, siano l (quali che possano essere il momento e il luogo di quel l) per servire i soggetti
radicalmente attivi, percettivi e giudicanti; le cose sono cose fin tanto che sono cos. Non sono
cose in virt di certe loro intrinseche qualit di cose, ma a causa della relazione con cui sono
legate ai soggetti. E sono i soggetti che creano quel legame; sono i soggetti che fissano i loro oggetti
nello status di cose, e le mantengono in quello status, sbarrando l'uscita. La fissazione nello status di
cose  realizzata o attraverso la negazione del diritto degli oggetti e della loro capacit discrezionale e
di scelta, della loro capacit di dar voce a preferenze e di chiederne il riconoscimento; o strappando
loro quel diritto e/o quella capacit.
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Dalle nostre considerazioni si dovrebbe dedurre che il tema del modo in cui le entit sono divise
in soggetti e oggetti  potenzialmente controverso a causa della sua unilateralit; e in alcuni casi
potrebbe essere aspramente contestato. Quando viene contestato, difficilmente la questione  risolta in
maniera definitiva; in alcuni casi, le rappresentazioni della divisione soggetto/oggetto non sono pi che
istantanee che registrano la scena esistente al momento e in linea di principio eminentemente variabile
e passeggera in una lotta di potere che continua. In ogni momento di quella lotta, la divisione
soggetto/oggetto non  altro che una sistemazione temporanea; un invito a un'ulteriore lotta o una
rinegoziazione dello status quo piuttosto che una fine definitiva del conflitto.
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Il caso pi eminente e notevole, e anche il pi ricco di conseguenze per il nostro modo umano
di essere in simili situazioni di conflitto, si ha quando trasferiamo il modello della relazione
soggetto/oggetto, derivata dall'esperienza del trattare con oggetti inanimati, sulle relazioni fra esseri
umani o categorie umane (come nella classificazione di Aristotele degli schiavi quali strumenti
parlanti), e tendiamo quindi a trattare gli esseri umani secondo il modello elaborato e riservato alle
cose: cio come entit che si suppongono a priori prive di coscienza, di motivazioni e volont, e che
quindi non domandano n esigono simpatia o compassione. Questa tendenza a trasferire il modello in
maniera sviata e illegittima, che sfida la logica e la morale, si  tuttavia diffusa nella nostra societ
liquido-moderna, individualistica, di consumatori, e continua a mostrare tutti i segni di una forza
aggregante.
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Una parte grande, forse principale, di responsabilit di una simile svolta nella situazione attuale
va assegnata alla spettacolare avanzata della cultura consumistica, che pone la totalit del mondo
abitato come un enorme contenitore, zeppo di nient'altro che oggetti di potenziale consumo,
giustificando cos e promuovendo la percezione, la stima e la valutazione di ogni singola entit
mondiale secondo standard fissati nelle pratiche dei mercati di consumo.
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Questi standard stabiliscono relazioni fortemente asimmetriche fra clienti e merci, consumatori e beni di consumo: i primi si
aspettano dai secondi unicamente la gratificazione dei loro bisogni, desideri e voglie, mentre i secondi
derivano il loro solo significato e valore dal grado in cui soddisfano quelle aspettative. I consumatori
sono liberi di separare gli oggetti desiderabili da quelli indesiderabili o
indifferenti/insignificanti/irrilevanti, e sono anche liberi di determinare in quale misura gli oggetti
giudicati desiderabili o in un modo o nell'altro rilevanti per i bisogni e le intenzioni dei consumatori
soddisfano le loro aspettative, e per quanto tempo quegli oggetti conservano intatta la loro presunta
desiderabilit e/o rilevanza.
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Le cose destinate al consumo conservano la loro utilit per i consumatori  loro unica e sola
ragion d'essere  fin tanto che rimane intatta la loro capacit di dare piacere; e non un minuto di pi.
Non c' da giurare fedelt alle merci che si comprano in un negozio: non c' da promettere (e tanto
meno da assumere l'obbligo) di permettere loro di ingombrare lo spazio vitale un momento dopo che i
piaceri e gli agi che offrono si sono esauriti. Arrecare i piaceri o gli agi promessi  l'unico impiego
delle merci acquistate; una volta che non offrano o non forniscano pi quei piaceri e agi, o una volta
che sia stata individuata una possibilit di ottenere maggiore soddisfazione o una migliore qualit della
soddisfazione altrove dai loro possessori/utenti, esse possono essere eliminate e sostituite, come di fatto
avviene di solito.
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 in questo modello di relazione cliente-merce o utente-utilit trasferito nell'interazione
da-umano-a-umano che noi tutti, consumatori in una societ di consumatori, siamo educati dalla prima
infanzia e per tutta la vita. Questa educazione porta buona parte della responsabilit per l'attuale
fragilit dei legami umani e per la fluidit delle associazioni e unioni umane, mentre la friabilit e
revocabilit dei vincoli umani sono a loro volta fonte prolifica e permanente delle paure di esclusione,
abbandono e solitudine che ossessionano al giorno d'oggi molti di noi e provocano tanta ansia
spirituale e infelicit. E non c' da stupirsi: il modello inguaribilmente a-simmetrico della relazione
soggetto-oggetto, una volta assunto e riciclato dal mercato di consumo a somiglianza della relazione
cliente-merce, si rivela singolarmente inadatto a guidare e mantenere la comunit e l'interazione umana
in cui noi tutti giochiamo, simultaneamente e alternativamente, il ruolo di soggetti e di oggetti.
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A differenza del modello cliente-merce, la relazione umano-umano  simmetrica; entrambi i lati della
relazione sono soggetti e oggetti allo stesso tempo, e i due aspetti che essi assumono non possono
essere separati l'uno dall'altro. Entrambi sono agenti motivati, fonti di iniziativa e compositori di
significati, e lo scenario non pu che essere a due lati, in quanto essi sono coautori dello scenario nel
corso dell'interazione in cui entrambi sono attivi partecipanti: fanno e subiscono allo stesso tempo. Se i
due lati dell'interazione non concordano di giocare entrambi i ruoli di soggetti e di oggetti, e non
accettano i rischi che ne seguono,  inconcepibile una relazione veramente e pienamente umana (cio
una relazione che richiede un genuino incontro e una previa cooperazione di soggetto e oggetto).
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Ci sono rischi,  vero, rischi che non possono essere eliminati e che provocano tensione per
l'ineludibile possibilit di uno scontro fra due soggettivit: fra due agenti autonomi, autopropulsivi, che
vedono la situazione condivisa da prospettive separate, che perseguono obiettivi non coordinati in
anticipo, e che difficilmente sono sempre pienamente allineati. Le frizioni sono perci inevitabili, e i
protagonisti non possono far altro che attrezzarsi per le prospettive di scomode e spesso spinose e
pungenti negoziazioni, sconfortanti compromessi e penosi sacrifici. Nessuno dei protagonisti pu
pretendere una indivisibile sovranit sulla situazione e un pieno comando sul suo sviluppo; n pu
sperare seriamente di acquistarla. Questi rischi sono il prezzo da pagare inesorabilmente per godere
degli unici, sani piaceri che la vita degli uomini in una comunit amichevole e cooperativa ha in serbo.
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L'accordo a pagare quel prezzo  la formula magica che apre la porta a un Sesamo di tesori. Ma non
c' da meravigliarsi che molte persone possano trovare il prezzo troppo gravoso.  a persone del
genere che  diretto il messaggio dei mercati di consumo, che promettono di spogliare le relazioni
umane dei disagi e degli inconvenienti cui sono associate (in pratica: di riconfigurarle secondo il
modello della relazione cliente-merce). E simili promesse sono la ragione per cui cos tanti di noi
trovano l'offerta allettante e l'abbracciano con tutto il cuore, infilandosi volontariamente nella trappola,
beatamente ignari delle perdite che lo scambio preannuncia.
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Le perdite sono enormi, e pagate nella valuta di nervi a pezzi e oscure, vaghe e diffuse paure
fluttuanti, poich la vita dentro la trappola richiede di essere costantemente in allerta: fiutare la
possibilit, e anche la probabilit, di malevole intenzioni e complotti nascosti in ogni sconosciuto, ogni
passante, ogni compagno di lavoro. Per quelli che sono caduti nella trappola il mondo si presenta come
carico di diffidenza e pieno di sospetti; ognuno o quasi ognuno dei vicini  colpevole fino a prova di
innocenza, mentre ogni assoluzione  solo temporanea, in attesa di ulteriore osservazione, sempre
aperta all'appello o alla revoca istantanea. Ogni coalizione in cui entriamo con altri umani tende a
essere ad hoc e accompagnata da una clausola di uscita su richiesta. L'impegno, per non parlare
dell'impegno a lungo termine, tende ad essere sconsiderato; sono insistentemente raccomandate e
molto richieste l'impermanenza e la flessibilit dell'associazione (che non possono non far sentire tutti
i legami inter-umani spiacevolmente fragili e tuttavia pi fissipari): per la sicurezza, si tende a contare
pi sulla televisione a circuito chiuso e sulle guardie armate all'ingresso che sulla buona volont umana
e l'amichevolezza.
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Tutto sommato, dopo essere caduto in una simile trappola, il mondo  inospitale per la fiducia e la solidariet umana e la cooperazione amichevole.
Quel mondo svaluta e denigra la mutua affidabilit e lealt, l'aiuto reciproco, la cooperazione disinteressata e l'amicizia in s e per s; per
questo diventa sempre pi freddo, straniero e non invitante. Come se fossimo ospiti non benvenuti nella
casa di un altro (ma di chi?), in attesa di un ordine di sfratto gi alla posta o nella cassetta delle lettere.
Ci sentiamo circondati da rivali, competitori nell'infinito gioco del fare sempre meglio degli altri, un
gioco in cui il tenere le mani tende a essere confuso col mettere le manette e l'abbraccio amichevole
tende a essere scambiato con la schiavizzazione...
Liquidare questa trasformazione richiamandosi all'antichit dell'adagio homo homini lupus est  un insulto per i lupi.
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La nostra situazione  la conseguenza ultima dell'aver sostituito la competizione e la rivalit 
modo d'essere derivante dal credere nell'arricchimento dei pochi come la via maestra per il benessere
di tutti  all'anelito umano, troppo umano, a una coabitazione basata sulla cooperazione amichevole, la
reciprocit, la condivisione, la fiducia, il riconoscimento e il rispetto vicendevole.
Non c' vantaggio nell'avidit. Nessun vantaggio per nessuno. E nell'avidit di nessuno.
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FINE.
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Note al testo.
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Note a: Introduzione.
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[01] J.B. Davies et al., The World Distribution of Household Wealth, UNU-WIDER, Helsinki 2008.
[02] OECD, Organization for Economic Cooperation and Development: nel suo sito web si
presenta come un'associazione di 34 Stati che abbracciano tutto il globo, dal Nord e Sud America
all'Europa e all'area dell'Asia-Pacifico. Fra di essi compaiono molti dei paesi pi avanzati del mondo
ma anche paesi emergenti come il Messico, il Cile e la Turchia. Lavoriamo pure in stretto rapporto con
giganti emergenti come la Cina, l'India e il Brasile ed economie in via di sviluppo dell'Africa,
dell'Asia, dell'America Latina e dei Caraibi. Il nostro obiettivo comune continua a essere di costruire
un mondo pi forte, pi pulito, pi accogliente.
[03] J. Warner, Scourge of inequality is getting worse and worse, The Telegraph, 3 maggio 2011,
http://blogs.telegraph.co.uk/finance/jeremywarner/100010097/scourge-of-inequality-is-getting-worse-and-worse/.
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Note a: Qual  davvero la misura della disuguaglianza oggi?
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[01] S. Lansley, The Cost of Inequality, Gibson Square, London 2012, p. 7.
[02] Ivi, p. 16.
[03] Vedi J.B. Davies et al., The World Distribution cit.
[04] D. Zolo, I diritti umani, la democrazia e la pace nell'era della globalizzazione, in Jura
Gentium, www.juragentium.org/topics/wlgo/braga.htm
[05] Vedi M. Atlan, R.-P. Droit, Humain: Une enqute philosophique sur ces rvolutions qui
changent nos vies, Flammarion, Paris 2012, p. 384.
[06] Vedi http://www.trinity.edu/mkearl/strat.html.
[07] WW Norton & Company, New York 2012.
[08] D. Dorling, Injustice: Why Social Inequality Persists, Policy Press, Bristol 2012, p.132.
[09] Ivi, p. 181.
[10] In Social enterprise, 2 agosto 2012,
http://www.socialenterpriselive.com/section/comment/policy/20120802/inequality-the-real-cause-our-e
conomic-woes.
[11] Allen Lane, London 2009.
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Note a: Perch ci opponiamo alla disuguaglianza?
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[01] Dorling, Injustice cit., p. 13.
[02] Ivi, p. 197.
[03] Ivi, p. 24.
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Note a: Alcune grandi bugie su cui galleggia la bugia pi grande.
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[01] J.M. Coetzee, Diary of a Bad Year, Vintage Books, London 2008 (trad. it. Diario di un anno difficile, Einaudi, Torino 2008).
[02] Vedi R. Heilbroner, The Worldly Philosophers, VII ed., Simon and Schuster, New York 2008.
[03] J.S. Mill, Of the Stationary State, libro IV, cap. VI, in Principles of Political Economy:
With Some of Their Applications to Social Philosophy, J.W. Parker, London 1848 (trad. it. Principi di economia politica, UTET, Torino 1964).
[04] Vedi Heilbroner, The Worldly Philosophers cit.
[05] J.M. Keynes, Economic Possibilities for Our Grandchildren, in Id., Essays in Persuasion (1930), W.W. Norton&Co., New York 1963, pp. 358-373 (trad. it. Possibilit economiche per i nostri nipoti, Adelphi, Milano 2009).
[06] J.M. Keynes, First Annual Report of the Arts Council (1945-1946).
[07] LMD, 1 novembre 2012, http://lmd.lk/2012/11/01/economic-conundrums/.
[08] Vedi The Guardian, 9 novembre 2012.
[09] The Future of Global Inequality, in M. Heinlein, C. Kropp, J. Neumer, A. Poferl, R. Rmhild (a cura di), Futures of Modernity, Transcript Verlag, Bielefeld 2012, pp. 145-150.
[10] Lansley, The Cost of Inequality cit., p. 141.
[11] Ivi, p. 149.
[12] F. Nietzsche, L'Anticristo, La Spiga, Milano 1995.
[13] F. Nietzsche, Cos parl Zarathustra, Mondadori, Milano 1985.
[14] Vedi R. Rorty, Achieving our Country, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1998, p. 88.
[15] O est pass le bien commun?, ditions Mille et une nuits, Paris 2011.
[16] Le Monde, 4 marzo 2011.
[17] Vedi A. Caill, M. Humbert, S. Latouche, P. Viveret, De la convivialit; Dialogues sur la
socit conviviale  l'avenir, La Dcouverte, Paris 2011.
[18] Vedi H. Welzer, Climate Wars: Why people will be killed in the 21st Century, trans. by P.
Camiller, Polity Press, Cambridge 2012, pp. 174 sgg.
[19] Dorling, Injustice cit.
[20] Sharpe, White Plains (N.Y.) 1978 (trad. it. Le basi sociali dell'obbedienza e della rivolta, Edizioni di Comunit, Milano 1983).
...
FINE.